I devastanti messaggi del film “Joker”

Ci sono dei film, come Captain Fantastic, e come Joker, che paiono ribelli e rivoluzionari, ma sono l’esatto contrario. E proprio in questa loro falsa moneta sta il loro inganno e la loro pericolosità. Per esempio, in un cortometraggio asiatico un bambino che muore di fame viene colto a rubare in un negozio di alimentari ma il padrone non solo lo perdona ma gli dà anche qualcosa. Tanti anni dopo il buon negoziante viene colto da un grave ictus, questi viene operato con un buon esito e alla figlia arriva il conto dell’operazione: una cifra impossibile. Ma il video si conclude con tante belle lacrimucce perché il chirurgo è quel bambino che era cresciuto, che decide, per ringraziarlo, di “regalargli” l’operazione. Dove sta qui la pericolosità? Nel fatto che attraverso la storiella lacrimevole ti si fa passare per scontato, normale e giusto che non esista una sanità pubblica, che possano curarsi solo i ricchi, salvo avere la botta di culo di essere curati da uno/a a cui si è fatto un favore decenni prima. In Joker non ci sono “buoni sentimenti”, ma la pericolosità del messaggio è molto maggiore. Il povero protagonista è uno a cui la vita ha sempre dato calci in faccia: orribilmente maltrattato fin da bambino, ingannato e deriso persino in televisione, picchiato, si vendica inizialmente contro i suoi aggressori, poi di tutto di più. Il film è, tanto per iniziare, un’incessante pubblicità a sigarette, psicofarmaci e pistole. Il protagonista, un anti-eroe ma quindi a suo modo un eroe, non solo nel film fuma continuamente, ma, – sarà anche per il modo di riprendere, evidenziare ed esaltare l’atto – viene il sospetto di qualche finanziamento sottobanco delle multinazionali del tabacco, come ai vecchi tempi. 

Capitolo psicofarmaci: Arthur chiede sempre più psicofarmaci, come se questi lo aiutassero a star bene, e la psicologa cerca di porre un argine visto che lui già se ne imbottisce. In genere nella realtà avviene il contrario. Ancora più pericoloso: Arthur diventa un pluriomicida da quando non prende più psicofarmaci, e per togliere ogni dubbio nel film lo dice pure apertamente: non prende psicofarmaci e sta meglio. Sì, però inizia ad ammazzare a destra e a manca, persino sua madre. La maggioranza della popolazione non sa, invece, che gli psicofarmaci sono strettamente connessi all’aumento di ideazioni omicida e suicidarie. Certo, in tv non ve lo dicono, né a Elisir né a Medicina33. 

Capitolo armi: Arthur è sempre stato nei guai fin dalla nascita, ma i suoi guai “finali”, che lo porteranno all’abisso, cominciano con il “regalo” (avvelenato) di una pistola. Ciò non di meno con quella si vendica dagli ennesimi prepotenti spregevoli. (Una scena abbastanza simile si vede in Thelma & Louise, anche lì all’inizio della loro rovina). Nella scena  l’arroganza dei tre broker contro donne, malati e deboli, fa simpatizzare col loro assassino, col fatto di armarsi e già che ci si trova di uccidere come unica risposta alla violenza. E fin qui abbiamo descritto sommariamente la promozione di armi, psicofarmaci e fumo, che bypassano la razionalità attraverso la storiellina del film e la superba interpretazione attoriale di Joaquin Phoenix. Ma, come se non bastasse, ci sono degli altri e altrettanto gravi messaggi che il film sottilmente veicola.

Non c’è nessuna possibilità per i malati mentali di riprendersi. O ci si imbottisce a vita di medicine oppure si diventa assassini seriali, anche di persone buone. Nel film Arthur riesce ad esibirsi in uno show con un discreto successo, e ad avviare una specie di relazione con una bella inquilina, ma questo non sembra sortire alcun effetto positivo sulla sua vita. Una persona afflitta da problemi psichiatrici che vedesse questo film si convincerebbe vieppiù che nessun successo lavorativo o sentimentale potrebbe tirarlo fuori dall’abisso, la malattia mentale viene narrata come definitiva, incurabile e irrimediabile, come lo era per la madre di Arthur. La realtà dice invece che molti uomini e donne che hanno sofferto problemi psichiatrici hanno realizzato grandi cose, (Churchill, Michelangelo Buonarroti, lo stesso Jung e mille altri), e che alcuni miglioramenti, anche apparentemente piccoli, possono innescare dei circoli virtuosi molto positivi nelle relazioni, nei sentimenti e nel lavoro. Per fortuna. Invece questo film disegna un solco invalicabile tra i cosiddetti sani e i cosiddetti malati di mente, per cui tutti i sani per non finire massacrati dai malati dovrebbero emarginarli a vita e tenersene lontani il più possibile, come non fa la povera psicologa nera. Il sillogismo è inevitabile: i malati psichiatrici sono marchiati a vita, nulla si  può fare per curarli, più se ne sta lontani meglio è, ai malati stessi invece non resta che ingollare psicofarmaci per non diventare assassini dei loro stessi medici, psicologi, infermieri e parenti. A chi obiettasse che esistono davvero casi di malati psichiatrici che ammazzano ricordo che le statistiche attestano che i “cosiddetti” malati mentali compiono la stessa quantità di crimini degli altri, ma tali statistiche sono certamente inquinate e inficiate, a loro svantaggio, da alcuni assassini, in particolare di donne, che si spacciano per incapaci di intendere e di volere per trarne sconti di pena. L’apparente rivolta contro le classi agiate cela in realtà un messaggio fortemente reazionario e fascistoide, neanche tanto nascosto dalla metafora tra i ribelli e i “super-ratti” che infestano la città. I delinquentelli che all’inizio rubano ad Arthur il cartellone e lo picchiano sadicamente secondo voi si schiereranno con chi mette a ferro e a fuoco la città e lincia i poliziotti o col rispetto della vita? Ogni apparente ribellione contro la legge e il potere, se animata soltanto da invidia, rivalsa e spirito di vendetta, fa di tutta la classe politica un’unica poltiglia di ladri e corrotti: “Tutti sono uguali, tuti rubano alla stessa maniera, ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera”. (De Gregori). Arthur uccide la madre, finisce col far quasi linciare i due poveri poliziotti che fanno solo il loro lavoro, uccide premeditatamente anche il comico-showman che lo invita allo spettacolo, forse antipatico e insensibile ma non per questo responsabile delle ingiustizie del mondo.

La violenza da lui scatenata provoca morte e distruzione in tutta la città, dai poliziotti ai politici, che vengono ammazzati solo in quanto “ricchi” o “tutori dell’ordine”, ma la storia insegna che questo tipo di isteria collettiva e di fanatismo porta sempre solo a dittature ancora più repressive, a un maggiore sfruttamento e miseria, quando sfocia in un cambio di regime; più spesso alla perdita di diritti, libertà e garanzie proprio per le classi subalterne: poveri, neri, disoccupati, malati, minoranze etniche, donne sole e in difficoltà e tutti i ceti più umili, visti come bestie pericolose per le quali prima o poi avverrà una derattizzazione. È giusto ribellarsi quando accade, come spesso accade, che dei poliziotti bianchi ammazzino dei neri senza motivo e vengano per giunta assolti, ma non per questo tutti i poliziotti bianchi (e non tutti i bianchi) sono dei razzisti assassini meritevoli di essere ammazzati. Non perché uno è disoccupato o nullatenente è per ciò più buono e nel giusto di un negoziante o di un benestante e non per questo ha il diritto di ammazzare chi gli pare e di distruggere tutto ciò che, semplicemente, vorrebbe che fosse suo e suo non è: macchine, negozi, case ecc. Per fare un paragone coi black block, non è che chi brucia una macchina (o un negozietto) travestito da Belfagor è di per sé più nel giusto o più sfruttato di chi ha quell’auto o quel negozio. Anzi spesso il Belfagor di turno ha carte di credito e tempo libero per fare ste cose che le sue vittime non hanno. E anche quando gli obiettivi sono ideologicamente giusti, per esempio un mcdonald o una banca armata, questi atti non contribuiscono minimamente alla presa di coscienza della gente. Anzi fanno apparire queste aziende maledette  come vittime. 

Infine un pensiero ai poveri clown, per l’ennesima volta demonizzati e derubati del loro ruolo gioioso e pro-bambini stavolta in salsa sociologica dopo gli idioti dell’orrore, (IT e company). La paura dei clown, sempre più intensa e frequente, è terribilmente influenzata da tutti questi film che, ahimè, non fanno che spargere emozioni negative a gogò associandole persino ai pagliacci. Chi ne fa le spese, ovviamente, oltre che i clown sono i bambini. Perché è così che ai bambini viene rubato un pezzettino d’infanzia a cui quei clown dovrebbero appartenere, liberi dalle scelleratezze hollywoodiane. Del resto, se ci sono film catastrofici per la vita di milioni di animali, come “Lo Squalo” e “Flipper”; film che promuovono le droghe e istigano a corse assassine in città, – “Lucy”- , perché non devono esserci film che rovinano la clownerie e marchiano per sempre i malati di mente, veri o presunti? 

In conclusione, Joker è artisticamente un bel film, ottima fotografia, splendide musiche, grande interpretazione, sceneggiatura avvincente, ma come troppo spesso accade nei film statunitensi il messaggio che manda è terribile, ancora più terribile quando mascherato da film che rivolge la sua attenzione  ai malati psichiatrici, ai ceti subalterni e alle ingiustizie sociali. In realtà, come il 90% delle produzioni hollywoodiane, è un gigantesco spot per il tabacco, un gigantesco spot per l’industria delle armi, un gigantesco spot per gli psicofarmaci. Dietro il racconto efficace dell’atroce sofferenza del protagonista propaganda un messaggio di disperazione per la malattia mentale vista come incurabile e definitiva, un messaggio di discriminazione dei malati psichiatrici, (veri e presunti), da cui stare lontani per non esserne ammazzati.  Instilla l’idea che le masse oppresse siano incapaci di organizzarsi per una società più giusta anziché uccidere a casaccio dei simbolici capri espiatori, infanga e deturpa per l’ennesima volta l’immaginario stupendo della clownerie con contenuti angosciosi e truculenti. Un’altra bella iniezione di violenza, ansia e depressione. Del resto perché si va al cinema se non per “divertirsi”?

Come avrebbe reagito la giuria radical-chic che ha assegnato il Leone d’Oro a questo film se la sala della proiezione fosse stata invasa dalla folla di clown armati e inferociti illustrati nel film?

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