Come uccidono la nostra sensibilità (1)

“La sensibilità è forza. L’insensibilità e debolezza”. Cercherò con questo scritto di evidenziare come la questione della sensibilità sia ai giorni nostri tanto centrale nel dominio e nel controllo da parte del potere, quanto sottovalutata. Anzi, probabilmente non è un caso che la questione della sensibilità, così importante nelle nostre vite, non solo nelle grandi cose ma anche nella nostra quotidianità, nelle cose più piccole e irrilevanti, ci venga fatta dimenticare, tanto che la maggioranza di chi legge queste righe si starà chiedendo: che diavolo vorrà dire questo? A che cosa si riferisce? Eppure, la mia osservazione da lungo tempo rispetto agli ambiti più disparati della nostra società mi convince che qui stia la chiave di tutto il nostro imbarbarimento e degradazione. Essendo un argomento complesso, cercherò di descriverlo nel modo più semplice possibile. La mia tesi centrale è la seguente: Il “Potere” ci sta rendendo, in ogni campo, settore, attività umana, sempre più insensibile. In questo modo noi non ci rendiamo conto di quanto veniamo rovinati e danneggiati, e, anziché tornare sui nostri passi, veniamo indotti a diventare sempre più insensibili, e sempre più dipendenti dal Potere, e da tutti i prodotti, servizi, abitudini, dipendenze che il Potere ci propina e ci impone. La questione della dipendenza è strettamente connessa alla questione della sensibilità. In quanto più siamo sensibili, meno siamo dipendenti. E più siamo dipendenti, meno siamo sensibili. La “questione della sensibilità” è a mio avviso centrale anche per quanto attiene alla filosofia della decrescita felice, per motivi che appariranno evidenti proseguendo nella lettura. Non so se i padri nobili della Decrescita Felice, Latouche e Pallante, sarebbero d’accordo, ma ritengo un documento pietra miliare della Decrescita Felice un libro scritto dal filosofo e psicoanalista Erich Fromm: “Avere o Essere”. Lo cito perché ritengo che più siamo sensibili, più ci poniamo nella dimensione dell’essere, meno siamo sensibili più ci poniamo nella dimensione dell’avere. Per quanto ne ho capito, la più alta religiosità, la più profonda spiritualità di sempre, in ogni tempo, luogo, popolo, ma anche tutte le più alte filosofie umanitarie e laiche, si sono sempre protese per un sempre maggiore ampliamento, affinamento, approfondimento della nostra sensibilità. Al contrario, il capitalismo, il materialismo, il consumismo, ma anche le dittature di ogni tempo e ideologia hanno sempre spinto per una diminuzione, per l’annichilimento-stordimento-annientamento della nostra sensibilità. Anche se farò diversi esempi applicati ai campi più disparati, preciso innanzi tutto due punti molto importanti: anche se parlerò ora degli aspetti materiali e fisiologici, ora degli aspetti psicologici, non solo non c’è a mio avviso soluzione di continuità tra gli uni e gli altri, ma non c’è neanche una separazione netta tra i due aspetti.
Tutto il mondo moderno è volto e finalizzato a farci perdere il più possibile la/e nostra/e sensibilità:

sensibilità del corpo
sensibilità del sistema nervoso
sensibilità verso gli altri
sensibilità all’ambiente
sensibilità fisiologica
sensibilità psicologica
sensibilità interna
sensibilità esterna
sensibilità politica
sensibilità sociale
sensibilità spirituale

Più la nostra sensibilità scema, più il nostro corpo può essere abusato, costretto, forzato.
Più la nostra sensibilità scompare, più il nostro ambiente può essere inquinato, alterato, distrutto.
Più la nostra sensibilità diminuisce, meno ci occuperemo di chi ci sta intorno, della nostra comunità, del nostro sistema di governo, e in realtà anche di noi stessi.
Spero di chiarire appieno la contiguità e non separatezza dei vari aspetti fisiologici-psicologici-spirituali, e la concatenazione di come questo obiettivo finale sia presente in modo scientifico, premeditato e assolutamente non casuale in ogni aspetto della nostra vita.
I capitoli principali in cui analizzerò la mia idea alla luce di quanto si verifica nella società oggi sono i seguenti:
Droghe
Farmaci
Mangiare
Rumori
Violenza
Sessualità

Droghe
Comincio subito col dire che non sono un moralista e che, per una serie di ragioni sociali, morali, mediche, culturali, economiche, sono a favore della legalizzazione di tutte le droghe, cioè del controllo di esse da parte dello Stato anziché delle mafie e di cartelli ormai potenti quanto e più di interi Stati, tanto da aver precipitato più paesi in sanguinose guerre, guerre civili, invasioni decennali. (Colombia, Venezuela, Brasile, Afghanistan, ecc.).
Ma non è questo il punto per spiegare perché aderisco a questa tesi, e in ogni caso non è molto pertinente con l’argomento che voglio trattare adesso. Comincio con le droghe perché queste rappresentano, in un certo senso, l’alfa e l’omega di questo paradigma, la sua estremizzazione.
Oggi il consumo di droga è uno status symbol, un segno di forza, di trasgressione, di virilità, di complicità e di appartenenza. Questo vale tanto in alto quanto in basso, valeva e vale per la cocaina negli ambienti ricchi, anche se la cocaina è ormai diffusa anche tra gli operai, ma vale allo stesso modo per l’ashish, la mariuana, l’alcool e le droghe di sintesi tra gli adolescenti. Qualunque farmacologo, tossicologo, medico o semplicemente qualunque consumatore di sostanze sa che più una sostanza viene assunta, meno dà effetti. (Tolleranza e assuefazione). Naturalmente ci sono differenze tra eroina e mariuana, tabacco e cocaina, alcol e crack, in alcune la dipendenza fisica è estremamente rapida e violenta, e comunque anche qui ci sono differenze tra organismo e organismo. Non si può paragonare l’ashish alla cocaina, per cui non condivido assolutamente la fuorviante, ideologica e idiota definizione di droghe in generale che fanno di tutta l’erba (!) un fascio. Sto facendo però un discorso generale, appunto così generale che travalica le questioni delle droghe in senso stretto. Più le droghe si usano, più le si tollera, più le si usa, più ci si assuefa. Più le si usa, più se ne dipende, più le si usa, più bisogna usarne per provare gli stessi effetti che si provavano in precedenza, anche se in realtà è una corsa persa in partenza perché l’effetto che abbiamo avuto agli inizi, quando eravamo più sensibili, tende sempre più a scemare via via che il corpo s’intossica sempre di più, come spiega bene Cristiana F nella biografia datata ma sempre utile: “Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino”. Sappiamo infatti che i tossicodipendenti all’ultimo stadio, quelli “brutti sporchi e cattivi”, come oggi se ne vedono ormai pochi, sono costretti all’uso di droga non perché vogliano o si illudano di provare gli stessi effetti di una volta, ma per non provare gli orribili spasmi e sofferenze delle crisi di astinenza. Se oggi assumessi un grammo di eroina io, che non l’ho mai provata in alcuna forma, probabilmente ne rimarrei ucciso. Mentre per un grave tossicodipendente sarebbe normale o appena bastante per placare la dipendenza del suo corpo.
La stessa cosa vale per l’alcool e per il fumo. All’inizio il corpo prova un rigetto tanto per il fumo quanto per l’alcool. Dei mici dinanzi a una scodella di latte mischiato ad alcool e di solo latte, scelgono sempre quella con solo il latte. Non è un caso che assumere molto alcol, le gare di alcolici, così come il consumare forti quantitativi di droga, sono divenuti oggi, come dicevo prima, simboli, in alcune culture e gruppi persino conditio sine qua non, simboli del raggiungimento dell’età adulta, di forza, di virilità, di coraggio, di partecipazione alla comunità. Tanto i soft drinks quanto piccoli quantitativi di droga venduti ai giovanissmi puntano a “fidelizzare” il cliente, nel senso peggiore, cioè puntano a renderlo dipendente. Un corpo giovane prova un fisiologico rigetto dinanzi a un superalcolico, deve quindi cominciare con le cose più impercettibili, che sfondano man mano questa barriera, che riducono sempre più la nostra sensibilità.
Se io, che bevo poco alcool, bevessi di punto in bianco un litro di vodka, forse andrei in coma etilico, comunque dovrei essere immediatamente ricoverato per un lavaggio gastrico. Il mio corpo non potrebbe tollerare tanto alcool, perché sono più sensibile all’alcool di uno che lo assuma continuamente. E’ vero che, droga per droga, in genere quelle cosiddette più leggere cominciano
a piacere e a provocare dipendenza, quando non fisica, comunque psicologica, come nei cannabinoidi, soltanto dopo un po’ di volte che sono state assunte. Mentre il consumo di eroina, o di cocaina, può portare immediatamente al raving, all’innamoramento per la sostanza, la stessa cosa non si può dire di altre droghe, più leggere e/o legali, ma anche più pericolose come le droghe di sintesi. Per esempio gli effetti e la potenza dei cannabinoidi o anche delle droghe di sintesi, che certo sono notoriamente correlati alla psicologia del consumatore, in un senso e nell’altro. La paura può sia frenare gli effetti della prima canna o della prima anfetamina, sia amplificarli. Amplificarli in senso peggiorativo. Ma anche una forte aspettativa può portare a una “delusione” da mancato sballo. Alcuni esperimenti sull’alcool hanno dimostrato che anche il credere di avere ingerito maggiori quantitativi di alcool di quanto sia avvenuto in realtà porta a comportarsi da ubriachi più di quanto non lo si è davvero, e viceversa.Disgraziatamente, capitano anche sempre più spesso casi di giovanissimi deceduti dopo la prima assunzione di droga, in particolare di acidi. E’ possibile che in questo c’entri anche una forte reazione emotiva, la paura, la violazione di un taboo. È uno di quei casi in cui della paura si dovrebbe tener conto, e in cui può salvare la vita. Come dicevo prima, naturalmente, le droghe tra loro sono diverse e hanno effetti molto diversi. L’eroina è “rilassante” per eccellenza, la cocaina è eccitante, e così via. Ma la questione della diminuzione della sensibilità vale per entrambe le situazioni e qualunque sia il tipo di droga. Infatti per sensibilità io intendo la capacità di rendersi conto di quello che si sta provando, a livello fisico e psichico, per cui, più si è sensibili, più intense sono queste sensazioni. Una rilassatezza così come un’eccitazione accentuate artificialmente, per l’azione di simpatico-mimetici e di endorfine esogene, non fanno che sostituire e sovrapporsi ai naturali processi percettivi, di attenzione, motivazione, cognitivi, mnemonici, ecc. In questo senso, tutte le alterazioni dovute alle droghe, da un senso di euforia e potenza a una artificiale serenità e placidezza, non fanno che mortificare l’attività del nostro sistema nervoso, della cui meraviglia noi non ci rendiamo conto e che sicuramente sottoutilizziamo, proprio perché siamo stati abituati a sottovalutare la nostra mente, la nostra sensibilità, le nostre capacità attentive, la nostra forza, la nostra intelligenza…
Anche il fumo, all’inizio, non può che fare schifo. Lo so perché a me fa tutt’ora schifo, e fortunatamente mi sono guardato bene dal superare questo stadio di superamento dello schifo in cui il fumo diventa, addirittura, una specie di obbligatorio completamento alla respirazione. Il tabagista accanito, come potrà dimostrare la triste vista di un fumatore con la sigaretta in bcca pronta da accendere appena uscirà dall’autobus, dalla metro, dal treno o dall’aereo, vive il fumare esattamente come la sua più autentica e più gratificante forma di respirazione. Il tabagista non riesce più a godere della sua respirazione naturale, avendo perso del tutto questa sensibilità. Il suo godere del respiro è diventato il godere del fumo, e viceversa. Capisco che per chi non abbia mai praticato la meditazione, qualunque forma di meditazione, possiamo qui comprendere, un po’ forzatamente, anche alcuni modi di pregare cristiani, islamici o ebraici, l’espressione “godere del respiro” potrà sembrare assurda, ridicola, incomprensibile. Eppure è così. Più si è sensibili, più si riesce a godere del proprio respiro. Naturalmente si riesce a goderne ancor di più se ci si trova in montagna o in un luogo incontaminato piuttosto che nello smog, in città, dove il corpo stesso, sia per i ritmi cui è costretto sia per questioni di sopravvivenza, si guarda bene dal respirare a fondo le porcherie presenti nell’aria. Ma chi improvvisamente, dopo essere giunto in cima a una collina o a una montagna, o dentro un bosco, si sia sentito improvvisamente e misteriosamente aprire i polmoni, e il respiro cominciare a fluire dai polmoni e dalle narici, e dalla bocca, con una piacevolezza che non avrebbe mai potuto immaginare, potrà capirmi.In quel momento, il corpo è assolutamente più sensibile all’ambiente circostante.

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