13 MOTIVI PER NON MANDARE TUO FIGLIO / TUA FIGLIA A SCUOLA

https://www.mondadoristore.it/13-Motivi-non-mandare-tuo-Bruno-De-Domenico/eai978882835417/

Capitolo 1 Worse Practices (le peggiori pratiche nell’educazione italiana) p. 3

Capitolo 2 Quello che nella scuola italiana è veramente criminale  p. 4

Capitolo 3 PRIMO MOTIVO: la scuola italiana è una fabbrica di posti di lavoro. È pensata per dare lavoro agli insegnanti, non per il bene degli/delle alunni/e p. 5

Capitolo 4  SECONDO MOTIVO: il Decreto Lorenzin   p. 10

Capitolo 5 TERZO MOTIVO: la psichiatrizzazione e handicappizzazione di bambini/e e ragazzi/e  p. 14

Capitolo 6 QUARTO MOTIVO: Il valore legale del titolo di studio. Il ricatto del pezzo di carta p. 29

Capitolo 7 QUINTO: MOTIVI “DI SINISTRA” per non mandare tuo figlia a scuola”   p. 34

Capitolo 8 SESTO: MOTIVI “DI DESTRA” per non mandare tuo figlio a scuola  p. 39

Capitolo 9 SETTIMO MOTIVO: L’obbligo di promozione   p. 41

Capitolo 10 OTTAVO MOTIVO: LA FINE DELL’EDUCAZIONE. A scuola tuo  figlio “impara” che vanno avanti i prepotenti, i furbi, i bulli (e i loro genitori)  p. 44

Capitolo 11 NONO MOTIVO: a scuola tua figlia impara in 13 anni (bene che vada)    quello fuori scuola  potrebbe imparare in 8 anni (male che vada)  p. 46

Cap. 12 DECIMO MOTIVO: a scuola tua figlio “impara” le dipendenze: fumo, cellulare, televisione, cibo spazzatura   p. 51

Cap. 13 UNDICESIMO MOTIVO: Ma così non si butta via il bambino con l’acqua    sporca? Non è solo questione di scuola  p. 54

Capitolo 14 DODICESIMO MOTIVO: Grandi pedagogisti e filosofi di ieri e di oggi contro la scuola: Goodman, Papini, Illich, Agosti, Summer Hill  p. 57

Capitolo 15 TREDICESIMO MOTIVO: geni che non sono andati a scuola  p. 65

Capitolo 16 L’alternativa. L’homeschooling. L’occasione per la speciazione. Cosa dice la legge  p. 72

Capitolo 17 E Malala? Per chi non vale questo libro  p. 74

Capitolo 18 E gli insegnanti? Limitare il danno  p. 77

Capitolo 19 Come organizzare l’homeschooling  p.  81

Tra 5 MINUTI suona – VIA DA QUESTE SPONDE  p. 82

Avvertenza: trovo stupida e illogico usare sempre e solo il maschile per indicare indifferentemente maschi e femmine. Perciò ho utilizzato talvolta entrambe le declinazioni, o/a, i/e, in altri casi ho utilizzato il femminile per indicare anche il maschile, e viceversa.

ESTRATTO DAL 1° CAPITOLO

WORSE PRACTICES (LE PEGGIORI PRATICHE) NELL’EDUCAZIONE ITALIANA

Studiando alla SSIS (Scuola di Specializzazione Insegnamento scuole secondarie) m’imbattei nelle interessanti Best Practices dell’integrazione, buone pratiche dell’integrazione degli alunni disabili, descritte da Andrea Canevaro e Dario Ianes:

1. Una forte collaborazione tra gli insegnanti (…)

2. Un’idea «forte», unificante, che caratterizza la prassi. (…)

3. Un’apertura all’esterno e un utilizzo delle risorse del territorio. (…)

4. Gli alunni sono i soggetti attivi della costruzione della loro conoscenza. (…)

5. Si rompono le barriere tra ordini di scuola e tra classi. (…)

6. Le relazioni inclusive e solidali tra compagni di scuola con le loro varie diversità sono la trama indispensabile per tessere l’integrazione. (…)

7. L’apprendimento cooperativo in piccoli gruppi eterogenei. (…)

8. Il laboratorio teatrale, espressivo, narrativo. (…)

9. La crescita psicologica di tutti gli alunni. (…)

10. Il Piano Educativo Individualizzato si raccorda con la programmazione di classe. (…)

11. Il coinvolgimento della famiglia. (…)

12. La replicabilità. (…)

tratto da: “Buone prassi di integrazione scolastica”, Canevaro, Ianes, Erickson, p.6

Tra l’altro, è interessante notare come queste siano tutte belle parole che, se è tanto, vengono messe in atto solo nel 10% dei casi. È secondario se questo avvenga per pigrizia degli insegnanti, per mancanza di cultura, per le difficoltà dei genitori, per la complicatezza della burocrazia e per la rigidità insita nelle procedure scolastiche. Al contrario, col tempo, mi sono reso conto invece di quanto fossero diffuse queste “Peggiori Prassi” dell’educazione, che, stavolta, riguardavano invece non solo i disabili, ma anche i normali. E, soprattutto “i normali che venivano fatti diventare disabili”…

Le peggiori prassi dell’educazione italiana

  1. Etichettare tutti in modo psichiatrico (DSA, FIL, disturbo misto dell’apprendimento scolastico, BES…), anche con definizioni che fuori dalla scuola non significherebbero e non significheranno mai niente.
  2. Chiedere ai ragazzi sempre meno di quello che possono e potranno fare: in questo modo è certo di non avere problemi con loro, coi loro genitori, coi colleghi, coi coordinatori, coi presidi, col provveditorato (Sovrintendenza) e col Ministero. Centinaia di genitori sono pronti a venire da voi o dal preside o al provveditorato per lamentarsi di un cattivo voto, di una nota, persino di un rimprovero o di qualunque affermazione, estrapolata e storpiata chissà in che modo, ma nessun genitore verrà mai a lamentarsi del fatto che suo figlio non impara niente, che ha dei voti regalati e che la scuola non gli è minimamente utile alla sua formazione umana e culturale di uomo o donna libera e indipendente.
  3. In casi gravi, far sì che l’etichettamento giunga alle sue estreme conseguenze, dichiarando il ragazzo incapace di seguire il programma normale, anche quando lo è, dandogli un sostegno e un programma differenziato, col quale il ragazzo proseguirà nel non far niente e nel credersi inetto totale, come gli è stato finora fatto credere. In questo modo il ragazzo andrà “avanti”, si fa per dire, per 5 anni. L’importante è non scontrarsi e non mettere mai in discussione le turbe psichiche di uno o di entrambi i genitori.
  4. Non sanzionare in alcun modo atti di bullismo o di prevaricazione verso disabili (veri o presunti), ragazzi vessati per motivi di genere o identità sessuale, peso, aspetto o qualunque problemi fisico. Si rischia in tal modo che i genitori dei suddetti bulli, spesso bulli anch’essi, si rivolgano ad avvocati e intentino un processo per chissà quale ingiustizia commessa contro il loro pargoletto, e i giudici, che nulla sanno di cosa voglia dire stare in classe, concluderanno facilmente che la sanzione, magari non perfetta o non del tutto riuscita, decisa nell’urgenza dell’azione educativa, sia stata una prevaricazione e un abuso. È molto più semplice fingere di non vedere i soprusi contro i più deboli che agire contro i prepotenti e i violenti.
  5. Pensare solo a riempire la propria scuola con più alunni/e possibili, guardandosi bene dal riorientarli verso altre scuole, anche quando non dimostrino alcuna inclinazione/attitudine per l’indirizzo intrapreso.
  6. Trattare ragazzi e ragazze in base al reddito e al potere dei loro genitori, sia rispetto al profilo disciplinare che per quello didattico. Non opporsi mai ai più rompipalle e ricattatori, piegarsi a ogni minaccia. Una preside di un liceo così si rivolse a un insegnante: “Sa dove abitano i suoi genitori?” In chissà quale via prestigiosa, quindi erano ricchi e quindi non si doveva fiatare!
  7. Assegnare e richiedere le ore di sostegno in funzione unicamente dei posti di lavoro che ne verranno fuori, e in nessun modo tenere conto della volontà, opposizione dei ragazzi quando li rifiuteranno perché realmente non ne avranno bisogno, trattati in tal caso come “oppositivi”, “immaturi”, e dicendo che non vogliono accettare “le loro difficoltà”. Sinistra, tv e giornali daranno manforte, blaterando continuamente della mancata assistenza su disabili veri o presunti, o in generale di classi pollaio, essendo per loro l’optimum l’assegnazione di una decina di insegnanti curricolari, più un altro o altri 2 di sostegno, per ciascun ragazzo italiano: in tal modo la piaga della disoccupazione verrebbe finalmente risolta. I risultati sui ragazzi, in merito ad apprendimento, autostima ed autoefficacia non si dovranno minimamente prendere in considerazione.
  8. Incentrare tutto il rapporto con gli alunni e il loro processo educativo sulle loro difficoltà (vere o presunte), o mancanze (vere o presunte), anziché sulle loro potenzialità, sul singolo episodio depressivo o attacco di panico anziché su tutti gli altri giorni e su tutta la vita “normale” vissuta fino a quel momento.
  9. Opporsi il più violentemente possibile a ogni misurazione oggettiva degli apprendimenti (tipo Invalsi), urlando che questo è un soffocamento e un imbavagliamento della libertà d’insegnamento, e che non tiene conto, naturalmente, delle enormi difficoltà (vere o presunte) dei ragazzi, del disagio sociale, delle sperequazioni socio-culturali-economiche, ecc.
  10. Mettere in posti di coordinamento e dirigenza chi segue il più minuziosamente possibile le suddette regole, (oltre, ovviamente, alle imposizioni politiche, dai minuti di silenzio alla persecuzione vaccinale), e allontanare ed emarginare il più possibile chi a queste pratiche si oppone: si arriverà così a una scuola a misura di genitore psicotico e di alunno falso disabile.

TRA 5 MINUTI SUONA – VIA DA QUESTE SPONDE
Tra 5 minuti suona.
Così si diceva a scuola per ogni ora, perché ogni ora era una tortura,
era tempo di vita perso, sofferenza rateizzata, ora dopo ora,
campanella dopo campanella.
Ma quando si è giovanissimi di tempo sembra essercene a iosa,
così si viene abituati al peggiore insegnamento: che il tempo si può buttare.
Che il tempo non conta.
Crescendo pochi fanno nella vita ciò che devono, ciò per cui sono nati.
Tutti gli altri facciamo la scelta di sopravvivere.
Scegliamo di rinunciare alla nostra vita per una spesa al supermercato,una casa riscaldata e un letto morbido.
Ancora quest’anno, ancora un po’ fino a natale, fino all’estate, alla pensione, alla fine della giornata.
Ancora un po’ fino alla fine della vita, di questa vita di merda che ci siamo scelti, perché a scuola ci hanno insegnato che il tempo non ha valore.
E che la vita, la nostra vita, non ha valore.

29  settembre 2017 Proprio questa mattina, andando a scuola, pensavo a quanto entusiasmo e illusioni  possa avere ancora io, ancora alla mia età, forse dovuto anche ai vari “guru”, coach e formatori che seguo, coi quali riesco a rinnovarmi. Ma la cosa che mi dava tristezza, invece, era pensare a come noi, a scuola, noi come classe insegnanti, distruggiamo, annichiliamo, mortifichiamo questi ragazzi in cui l’entusiasmo dovrebbe essere maggiore. L’entusiasmo del futuro e della vita che viene. Invece cosa vediamo, spesso, in questi ragazzi? Una forza vitale inferiore a quella di un pensionato settantenne e per giunta depresso. Perché, ricordiamolo, ci sono pensionati, e settantenni, che scalano montagne e fanno maratone. Invece in molti di queste/i ragazze/i il leitmotiv dominante è: “che sbatti, non c’ho voglia, che noia, che palle”, e l’unica cosa che pensano è cercare di arrivare al 6, di avere dei like su facebook, la paura di non essere considerate delle merde dai compagni e compagne di scuola, l’ansia di adeguarsi ai modelli demenziali di MTV, Italia 1, amici di maria de Filippi (non so se esista ancora), tronisti e reality vari. Non dobbiamo stigmatizzare loro, ma noi stessi. Siamo noi che, a forza di regalare tutto a tutti, voti e giocattoli e motorini, fuorché dargli quello che di cui più avrebbero bisogno, la fiducia in se stessi, li condanniamo a questa inanità, questa tristezza, questa depressione anzitempo. Con la loro plasticità cerebrale, e la loro curiosità, la loro intelligenza brillante i bambini e i ragazzi potrebbero fare infinitamente di più di quello che fanno nelle nostre scuole, stare ore a chattare col cellulare nascosto dietro la cartella, e attendere spasmodicamente che finisca quella tortura, cercando di interromperla con più uscite dal bagno possibili, con tè e cioccolate prese in compagnia, come auto-cura dei loro malesseri continui, il male di vivere, chiedendo ogni cinque minuti che ora è, prima di tornare alla libertà provvisoria, fino al mattino successivo. Invece, non facciamogli passare 13 anni dietro un banco a bivaccare, a imparare a memoria cose che non gli interessano e di cui non capiscono il senso. Portiamoli nei musei e nelle foreste. Insegniamo loro come si cucina, come si cresce una pianta, come si accudisce a un animale, insegniamogli a fare a meno di tv e telefonino, e anche quando usano questi, a non esserne dipendenti, a usufruire di contenuti arricchenti e non le schifezze violente holliwoodyane che sono solo pubblicità di armi, delle guerre e del consumismo, del capitalismo e dell’american way of life. Insegniamogli ad avere fiducia in loro stessi, che sono persone integre anche quando non sono “connessi” e che è più importante essere connessi a se stessi. Insegniamo a tutti i bambini e tutte le bambine del mondo, nei primi 10 anni, che non bisognerà mai fare violenza a donne, bambini, animali e piante, ai più deboli, e avremo costruito in poco tempo un mondo veramente diverso. Insegniamogli quanto siano preziosi, ognuno di loro, ripetiamogli, almeno ogni tanto, che sono “la cosa” più importante della nostra vita. Fuori da quelle quattro mura squallide e quadrate, il cui unico obiettivo è un deprimente 6, fuori dai registri, cartacei o elettronici, fuori dalle circolari e dalle linee guida ministeriali, fuori dall’arroganza di alcuni idioti che non si sono mai aggiornati in 30 anni e il cui operato non viene mai controllato da nessuno, facciamogli fare quello che a scuola non è possibile, abituiamoli a esercitare il corpo, a suonare, a parlare le lingue, che diventino cantanti e giocolieri, acrobati, equilibristi e musicisti, cuochi, artigiani, ballerini e atleti, praticanti di arti marziali, nuotatori o cestisti, tiratori con l’arco, meditatori, zenisti, e tutte le meraviglie che lì fuori potranno imparare. Soltanto lì fuori.

“Bisogna chiudere le scuole – tutte le scuole. Dalla prima all’ultima. Asili e giardini d’infanzia; collegi e convitti; scuole primarie e secondarie; ginnasi e licei; scuole tecniche e istituti tecnici; università e accademie; scuole di commercio e scuole di guerra; istituti superiori e scuole d’applicazione; politecnici e magisteri. Dappertutto dove un uomo pretende d’insegnare ad altri uomini bisogna chiudere bottega. Non bisogna dare retta ai genitori in imbarazzo né ai professori disoccupati né ai librai in fallimento. Tutto s’accomoderà e si quieterà col tempo. Si troverà il modo di sapere (e di sapere meglio e in meno tempo) senza bisogno di sacrificare i più begli anni della vita sulle panche delle semiprigioni governative. Ci saranno più uomini intelligenti e più uomini geniali; la vita e la scienza andranno innanzi anche meglio; ognuno se la caverà da sé e la civiltà non rallenterà neppure un secondo. Ci sarà più libertà, più salute e più gioia. L’anima umana innanzi tutto. È la cosa più preziosa che ognuno di noi possegga. La vogliamo salvare almeno quando sta mettendo le ali. Daremo pensioni vitalizie a tutti i maestri, istitutori, prefetti, presidi, professori, liberi docenti e bidelli purché lascino andare i giovani fuori dalle loro fabbriche privilegiate di cretini di stato.
Ne abbiamo abbastanza dopo tanti secoli.
Chi è contro la libertà e la gioventù lavora per l’imbecillità e per la morte”.

Giovanni Papini, p. 61, “Chiudiamo le scuole”.

 

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