Il Comportamentismo

Il comportamentismo (o Behaviourismo) è una scuola psicologica, fondata da da John Watson nel 1913, per cui il comportamento è l’unica oggetto scientificamente studiabile dalla psicologia, in quanto verificabile concretamente e in modo inter-soggettivo.
Comportamentismo è la traduzione dall’inglese di Behaviourism, o Behaviour Sciences, scienze del comportamento: vuol dire con questo che solo il comportamento osservabile, verificabile concretamente in laboratorio, viene considerato degno di studio e capace di diventare scienza. Tutte le altre psicologie, dallo strutturalismo al funzionalismo, e naturalmente più di ogni altra la psicoanalisi, vengono considerate psicologie mentaliste, cioè che hanno come oggetto di studio la mente, e soggettiviste,
cioè che dipendono da opinioni, idee, stati d’animo soggettivi dei ricercatori e degli studiosi, e che non possono essere verificate dagli altri. Per esempio: se un paziente riferisce un sogno al suo analista, e l’analista lo interpreta in un modo in cui sono d’accordo entrambi, questo riguarda solo loro due, ma non si può pretendere che anche altri credano nella correttezza di questa interpretazione, perché del tutto non verificabile, non dimostrabile. Per i comportamentisti si può parlare di scienza solo quando si usa il metodo sperimentale.
La mente viene quindi considerata una black box, una scatola nera il cui funzionamento interno è inconoscibile (non conoscibile) e, per certi aspetti, irrilevante: quello che importa veramente per i comportamentisti è giungere ad un’approfondita comprensione empirica (cioè basata sull’esperienza) e sperimentale delle relazioni tra stimoli (ambientali) e risposte (comportamentali).
In definitiva quindi per il comportamentismo non si deve studiare la mente, perché
è impossibile farlo in modo scientifico: bisogna studiare il comportamento.
IL COMPORTAMENTISMO HA DIVERSE FASI, L’ULTIMA DELLE QUALI COINCIDE COL NEO-COMORTAMENTISMO E SFOCIA NEL COGNITIVSMO.

Antecedenti storici
RIFLESSOLOGIA O SCUOLA RIFLESSOLOGICA: PAVLOV
Ivan Pavlov (1849-1936) fu l’esponente più importante della cosiddetta scuola riflessologica (da riflesso condizionato).
Pavlov fu un fisiologo russo, e scoprì per primo il condizionamento classico.
Pavlov non era un comportamentista, ma per parlare del comportamentismo bisogna partire da lui in quanto il condizionamento classico è alla base di questa Scuola e di un certo modo di concepire la psicologia, basata sul metodo sperimentale e il rifiuto dell’introspezione.
In sostanza, egli scoprì che associando più volte uno stimolo neutro al cibo il cane cominciava a salivare. Pavlov faceva precedere alla somministrazione del cibo a dei cani un suono, o una luce, cioè uno stimolo neutro. Con il tempo il cane associava il suono, (o la luce) al cibo; a seguito del condizionamento, il suono di per sé generava la salivazione del cane. Lo stimolo neutro, non in grado di determinare la risposta condizionata – la salivazione –, dopo tale ripetuta associazione, determinava la risposta condizionata. Cioè, senza rendersene conto, il cane associava automaticamente lo stimolo al cibo, e dopo un po’ di volte cominciava a salivare anche senza il cibo, perché quello stimolo era stato associato al cibo.

STIMOLO INCONDIZIONATO E RISPOSTA INCONDIZIONATA vuol dire
Che non sono state precedentemente condizionate, quindi si riferiscono a tutti gli stimoli (e a tutte le risposte) che si riferiscono ai bisogni biologici fondamentali: alimentazione, coprirsi dal freddo, incolumità fisica, sonno, sessualità, ecc.
Così il cibo e l’acqua sono stimoli incondizionato, (SI) il mangiare una risposta incondizionata, se stiamo per essere colpiti da qualcosa (SI) reagiamo automaticamente in modo da parare il colpo o schivarlo (RI), e così via.
Gli stimoli che naturalmente danno dolore (fame, urti, scosse elettriche) sono anch’essi stimoli incondizionati e si chiamano in particolare STIMOLI AVERSIVI.

STIMOLO NEUTRO vuol dire che di per sé non provocherebbe alcuna reazione, in quanto di per sé non è né gradevole, né sgradevole. Ma dopo essere stato associato a eventi positivi lo stimolo neutro diventerà uno STIMOLO CONDIZIONATO e provocherà dunque una RISPOSTA CONDIZIONATA, cioé “appresa”, “dovuta
all’apprendimento”, quindi all’associazione avvenuta più volte tra quello stimolo e quella risposta.
Esempi di stimoli condizionati: la campanella scolastica, il suono di ricevimento di un sms, lo squillo del telefono, ma anche cose molto più complesse, come la pubblicità, cercano di condizionarci ad una certa risposta (l’acquisto del prodotto) tramite un’associazione che ci viene trasmessa a livello simbolico (le auto, i vestiti, gli orologi, i telefonini, ci vengono fatti associare al sesso, al denaro, al potere, al successo ecc.).
In tal caso lo stimolo condizionato è la pubblicità e la risposta condizionata che si vorrebbe indurre è l’acquisto. Naturalmente lo stimolo condizionato potrà essere associato o a cose gradevoli o a cose sgradevoli e dunque anche la risposta condizionata che ne conseguirà ne terrà conto. Così il suono della sirena della polizia (SC) per un criminale che sta rubando provocherà una RC di fuga, ecc.
Si parla perciò di:

acquisizione della risposta
estinzione = quando quella risposta scompare,
recupero spontaneo = quando la risposta ricompare dopo un po’ che si era estinta, generalizzazione = quando quella risposta, per esempio di paura, viene associata ad altri stimoli ritenuti simili,
discriminazione della risposta = al contrario, quando quella risposta viene applicata solo per determinati stimoli, e altre cose simili non provocano la stessa risposta.
condizionamento di ordine superiore = quando alla campanella si associa un altro stimolo ancora.

Queste definizioni sono molto importanti in quanto saranno valide anche per il comportamentismo vero e proprio e per le psicoterapie comportamentiste:
per esempio la fobia di un pipistrello si può generalizzare a tutto ciò che vola rendendo una fobia sempre più invalidante, il trauma di un incidente in auto può generalizzarsi fino a far temere ogni spostamento su qualunque mezzo di trasporto, ecc. Quindi, per curare una fobia per il comportamentismo non bisognerà indagare cosa l’oggetto temuto rappresenta nell’inconscio del paziente (per esempio: tombino = vagina, oppure ombrello o uccello = pene, oppure nell’ossessione del lavaggio continuo = problemi con la fase anale, formazione reattiva che risponde all’attrazione inconscia per gli escrementi, ecc.) ma innanzi tutto estinguere la paura degli stimoli inizialmente meno temuti per poi risalire, man mano, alla paura principale e infine estinguere anch’essa. (Gerarchia degli stimoli).
Un altro importante psicologo vicino al comportamentismo è Thorndike.
In realtà, egli scoprì praticamente le stesse cose dei comportamentisti “ufficiali”, ma, come spesso accade per una serie di ragioni più mondane che scientifiche, il suo nome e il suo lavoro non sono abbastanza riconosciuti nella storia della psicologia, come invece avrebbe meritato. (E meritererebbe).

THORNDIKE: LA LEGGE DELL’EFFETTO
I tre principi formulati da Thorndike sono:
l’apprendimento si verifica per prove ed errori: prima di arrivare a dare le risposte corrette si fanno dei tentativi causali
La legge dell’effetto: un’azione accompagnata o seguita da uno stato di soddisfazione (o di piacere) tenderà a ripresentarsi più spesso, un’azione seguita da uno stato di insoddisfazione tenderà a ripresentarsi meno spesso.
Legge dell’esercizio: i comportamenti più spesso esercitati vengono maggiormente appresi.

L’apprendimento per prove ed errori è totalmente differente dall’apprendimento per insight studiato da Kohler (Gestalt).
Naturalmente, negli animali come negli esseri umani, abbiamo entrambi i tipi di
apprendimento e altri ancora.

La legge dell’effetto sottolinea il carattere adattivo e utilitaristico dell’azione umana,(utilitaristico = che serve a qualcosa, che è finalizzato ad ottenere un beneficio), il cui manifestarsi appariva legato alla possibilità di venire ricompensati.
Scoprendo la legge dell’effetto, e facendo l’analisi dei tempi richiesti al gatto per arrivare alla pressione della maniglia, Thorndike si convinse che l’apprendimento è graduale anziché frutto di una comprensione improvvisa, come si riteneva invece per l’Insight, il riequilibrio cognitivo di cui parlava la Gestalt.
Infatti osservò che il tempo necessario ad un gatto per uscire da una gabbia diminuiva regolarmente e gradualmente senza brusche cadute, e ciò lo fece concludere che l’animale non afferrava la soluzione in un momento preciso, ma che procedeva a piccoli passi,
ripetendo le risposte giuste e cancellando quelle sbagliate.

LA NASCITA DEL COMPORTAMENTISMO
Il comportamentismo nasce ufficialmente nel 1913 negli USA, anno in cui Watson pubblica l’articolo “La psicologia così come la vede un comportamentista”. Egli è il fondatore e il maggior esponente del comportamentismo ortodosso, che si sviluppa fra il il 1913 e il 1930.
L’unità d’osservazione psicologica è per Watson il comportamento nel senso di azione complessa manifestata dall’organismo nella sua interezza, qualsiasi cosa esso compia come voltarsi verso la luce o in direzione opposta, saltare al presentarsi di un suono, ecc.
In altre parole è tutto ciò che è possibile osservare nell’altrui comportamento, nel senso letterale del termine: “io vedo che tu stai sorridendo”, dunque il tuo comportamento manifesto è il sorridere; e non l’essere felice! la mente, e tutto ciò che vi è dentro, è insondabile dal metodo delle scienze naturali, per questo è considerata, come abbiamo già detto, una “black box”, una scatola nera.
I principi fondamentali di questi comportamenti cui Watson fa riferimento sono
la frequenza, la recenza, e il condizionamento.
Il principio della frequenza dice che tanto più spesso un’associazione si è verificata, con tanta maggiore probabilità si verificherà.
Per esempio, tanto più spesso l’insegnante ha gratificato un certo comportamento negli alunni, tanto più questo tenderà a ripetersi, oppure, al contrario, tanto più avrà punito un dato comportamento, tanto meno tenderà a ripetersi.
Il principio della recenza (da recency, cioè recente, vicino nel tempo) dice che tanto più recentemente un’associazione si è verificata, con tanta maggiore probabilità si verificherà.
Per esempio, un comportamento punitivo, una nota, o una sospensione, o la pagella a punti, tenderà ad avere più effetto sul momento immediato, che andrà poi diminuendo col tempo.
Il principio del condizionamento si rifà agli studi di Pavlov, cioè sostiene che nell’organismo esistono risposte incondizionate a determinate situazioni.
Un organismo affamato che riceve del cibo sicuramente reagirà salivando, un improvviso fascio di luce sugli occhi provocherà sicuramente una contrazione della pupilla. Il cibo e il fascio di luce sono chiamati stimoli incondizionati cioè eventi che si producono nell’ambiente e che provocano incondizionatamente una determinata risposta nell’organismo.
Watson si era laureato in psicologia a Chicago, dove aveva avuto sviluppo il funzionalismo. Anche se il funzionalismo si era occupato di temi filosofici e che i comportamentisti non avrebbero più ripreso in considerazione in quanto ritenuti non scientifici, il comportamentismo prende dal funzionalismo l’attenzione alla teoria dell’evoluzione di Darwin e dunque ai processi di adattamento, e l’idea che noi uomini siamo molto più simili agli animali di quanto le religioni, la filosofia o anche altre scuole psicologiche non vorrebbero farci credere.
Nel libro di Watson è evidente l’influenza esercitata sul comportamentismo dalla sperimentazione sugli animali. L’evoluzionismo darwiniano aveva chiarito che fra l’uomo e le altre specie animali non vi era una differenza radicale, tale per cui l’uomo ha un’anima e gli animali no. Era perciò plausibile fare ricerca psicologica anche con gli animali e ciò offriva molti vantaggi: si potevano controllare tutte le variabili, quantità e tipo di alimentazione, ore di riposo e di attività, condizioni di vita, le esperienze già avute dall’animale, libertà negli esperimenti, manipolabilità dell’organismo, danneggiamento delle funzioni sensoriali, operazioni chirurgiche di asportazione di parti del cervello per studiarne gli effetti sul comportamento.
L’apprendimento che si verificava in un ratto addestrato a percorrere un labirinto
consisteva nell’acquisizione di una serie di movimenti piuttosto che di notizie o informazioni sul labirinto stesso. L’animale cominciava ad essere considerato cavia di laboratorio, ideale per la conoscenza psicologica dell’uomo.
Proprio questa pretesa di studiare le cavie, per di più in laboratorio e non nel loro ambiente naturale, molto più complicato, fece sì che gli oppositori del comportamentismo arrivassero a parlare di una “rattomorfizzazione dell’uomo”: ovvero per questi ultimi i comportamentisti applicavano le scoperte sui ratti all’uomo considerandole ugualmente valide anche per gli esseri umani.
Sembravano in tal modo dimenticare l’immensa ricchezza d’intelligenza, di sensibilità, insomma lo sviluppo cerebrale di milioni di anni che distingue l’uomo dai ratti.
Tornando agli esperimenti coi labirinti, vedremo poi che questi stessi esperimenti, condotti in altro modo, portarono alla crisi definitiva del comportamentismo.

RIFIUTO DELL’INTROSPEZIONE
Ne “La psicologia così come la vede il comportamentista” Watson scrive: “Il lettore non troverà nella mia opera discussioni sulla coscienza, né termini come sensazione, percezione, attenzione, volontà ecc. Sono parole che suonano senz’altro bene, ma ho notato che se ne può fare a meno. (…) A dire il vero, anzi, non capisco che significato possano avere, né credo che alcuno sia mai riuscito ad usarle sistematicamente con precisione”.
Watson attaccava così il metodo introspettivo. L’introspezione significa “guardare dentro di sé.” Riteneva l’introspezione un metodo non valido scientificamente anche perché
in psicologia l’uomo osserva se stesso, (o la mente studia se stessa).
Questo è un “paradosso logico” in quanto è impossibile guardare se stessi e i propri processi psicologici in modo distaccato e obiettivo.
Lo studio del comportamento anziché della coscienza permetteva di utilizzare metodi più soddisfacenti ed oggettivi suscettibili di un immediato controllo nella verifica del consenso intersoggettivo. (Cioè nella verifica da parte di un pubblico numeroso).

IL CONDIZIONAMENTO
Il condizionamento comincia ad occupare un posto centrale nella teoria comportamentista, perché diventava un principio fondamentale la genesi (la nascita, la formazione) delle risposte complesse. Si poteva infatti ipotizzare che anche i comportamenti complessi potessero essere il risultato di condizionamenti ripetuti.
Assunse particolare importanza per Watson lo studio dell’apprendimento nei bambini. Nell’analizzare le emozioni, Watson esprimeva l’idea che la paura, amore e rabbia siano le emozioni elementari e si definiscano sulla base degli stimoli ambientali che le provocano. A partire da quelle emozioni si costruirebbero le altre.

IL CASO DEL PICCOLO ALBERT
Uno studio assai noto di apprendimento delle emozioni è il caso del piccolo Albert che Watson studiò. Albert giocava piacevolmente con un topolino allorché gli venne fatto sentire alle sue spalle un violento rumore. Da quel momento, il bambino manifestò una grande paura sia per i topi, sia per altri animali e oggetti pelosi. Il rumore era uno stimolo incondizionato in grado di provocare per sé una risposta di paura; la sua associazione con un altro stimolo (il topolino) faceva sì che il bambino fosse condizionato ad avere paura anche del topolino e anche per altri oggetti aventi caratteristiche simili.

L’APPRENDIMENTO DEL LINGUAGGIO SECONDO WATSON
Per Watson le stesse leggi erano alla base della formazione delle abitudini, dei pensieri, e persino dell’apprendimento del linguaggio. Per Watson il linguaggio viene acquisito per condizionamento. Il bambino sente associare ad un oggetto il suo nome e di conseguenza impara cha a un certo nome corrisponde quell’oggetto, e viceversa.
Watson riteneva che persino il pensiero era dovuto a micro-movimenti, perché regolato comunque dagli organi che presiedono al linguaggio, come se dicessimo sotto voce tutti i nostri pensieri.
A differenza di Freud, nelle cui teorie le pulsioni innate alla nascita hanno un ruolo fondamentale, la psicologia di Watson appare come la psicologia che più di tutte attribuisce il ruolo più importante all’ambiente, e non agli istinti, o comunque a ciò che viene ereditato, come avviene anche per il patrimonio genetico.
Per questo il comportamentismo è considerata per eccellenza una psicologia “ambientalista”, nel senso che attribuisce le diverse caratteristiche degli esseri umani e non all’ambiente, e non al patrimonio genetico, come nelle filosofie o psicologie “innatiste”, cioè che attribuiscono tutto a caratteristiche ereditarie.
Il bambino nasce senza un’intelligenza o altre doti innate molto più spiccate che in altri e sarà solamente l’esperienza successiva a caratterizzare la sua formazione psicologica. Watson in questo modo assumeva una posizione egualitaristica (gli uomini nascono tutti uguali). Watson dichiarava:
“Datemi dodici bambini e ne farò di uno un calciatore, di un altro un giudice, di un altro un delinquente, di un altro un musicista…”
Secondo questa posizione l’uomo alla nascita, tabula rasa, come dicevano i latini, è come una lavagna senza niente già scritto: solo le esperienze che avrà faranno la sua storia: è totalmente il prodotto delle sue esperienze.
Conseguentemente, assumeva importanza centrale lo studio dell’apprendimento, cioè della maniera in cui l’uomo acquisisce attraverso l’esperienza un repertorio di comportamenti motori, verbali, sociali che verranno poi a costituire la sua personalità complessiva.
Per questo motivo alcune delle principali teorie che appartengono alla scuola comportamentista vengono denominate teorie dell’apprendimento, e questo termine viene usato talvolta genericamente come sinonimo di comportamentismo. In quanto appunto il risultato complessivo della personalità umana è considerato frutto dell’apprendimento e dell’ambiente, non di ciò che è ereditario. (Vi è da notare però che in realtà non tutte le teorie dell’apprendimento sono comportamentiste).
I comportamentisti più famosi operano tra il 1913 e il 1960.
Il comportamentista più famoso e importante insieme a Watson è Skinner.

SKINNER
Burrhus Skinner è interessato all’osservazione del comportamento e alla sua relazione con le contingenze di rinforzo, o programma di rinforzo, (vedi p. 18), per cui a determinate risposte faceva seguito una ricompensa.
La sua idea è che questo tipo di analisi possa essere sufficiente a spiegare ogni forma di apprendimento, incluso quello linguistico.
Skinner studia il comportamento di ratti e piccioni immessi in una gabbietta (quest’ ultima prenderà il nome di “skinner-box”). In essa vi è una leva, la cui pressione da parte del ratto verrà seguita da uno stimolo rinforzante (ad esempio del cibo). Si osserverà che la risposta seguita da rinforzo tenderà a presentarsi con sempre maggiore frequenza.
Questo è detto condizionamento operante (o rispondente, anche p.18 del libro) e si differenzia da quello di Pavlov (condizionamento classico o rispondente) per il fatto che la risposta segue piuttosto che precedere lo stimolo critico. Ovvero, nel caso di Pavlov la luce (o il suono) precedeva il cibo, nel caso di del ratto di Skinner l’organismo emette sempre più spesso quella risposta (cioè quel comportamento) che è stato seguito da un rinforzo.

IL CONDIZIONAMENTO OPERANTE
Rinforzo positivo = presentazione di stimoli positivi: acqua, cibo, calore, sesso
rinforzo negativo = rimuovere (togliere) qualcosa di doloroso o sgradevole: una scossa elettrica, un forte rumore, freddo o eccessivo calore ecc.
“in entrambi i casi l’effetto del rinforzamento è lo stesso, cioè la probabilità di risposta viene aumentata”. Vuol dire che se l’animale premendo la leva gli viene tolto uno stimolo disturbante, per esempio una luce o un eccessivo calore, la probabilità che l’animale prema la leva aumenta.

Punizione o rinforzo aversivo = stimoli dolorosi o fastidiosi
“Al contrario, la somministrazione, cioè la presentazione di stimoli dolorosi o fastidiosi all’animale, e anche il togliere stimoli gradevoli (acqua o cibo) viene chiamata punizione”. (Skinner, 1971, Scienza e comportamento, F. Angeli, pp. 100-101)

Come qua si vede, nell’originale accezione usata da Skinner rinforzo negativo non è sinonimo di punizione, come invece riportato anche da molti generici, in quanto la punizione consiste per esempio in una scossa elettrica, il rinforzo negativo consiste nel togliere qualcosa di sgradevole dopo un certo comportamento, per esempio dopo che il piccione ha premuto la leva. In ogni caso, essendo una questione troppo complicata persino per gli psicologi e su cui litigano gli stessi comportamentisti, non sottilizzeremo troppo su questa differenza: la cosa importante da capire è che sia con il rinforzo positivo, per esempio dare il premio a un bambino, sia col rinforzo negativo (per esempio permettergli di nuovo di giocare alla play station che gli era stata tolta) sia con la punizione (il ceffone, non poter giocare, ecc.) si possono modificare i suoi comportamenti.
Le “contingenze di rinforzo”, o “programmi di rinforzo” (p. 18) stabilivano quali tipi di rinforzi (positivi, negativi, o anche punizioni) e in che quantità (frequenza) e tempi venivano erogati in base alle risposte fornite dagli animali.
Naturalmente, quanto più immediato era il rinforzo positivo (il cibo, per esempio) dopo la pressione della leva (tempi), e quanto più spesso ciò avveniva, (frequenza), tanto più l’animale era portato a premere la leva, facendo così salire la relativa “curva dell’apprendimento”. In essa venivano registrate tutte le risposte date dagli animali, i vari tipi di rinforzi e di conseguenza i tempi in cui venivano acquisiti i nuovi apprendimenti.
Al contrario, se alla pressione della leva seguiva una scossa elettrica (punizione o rinforzo aversivo) naturalmente l’animale non premeva più la leva.

MODELLAGGIO (SHAPING)
Il modellaggio è un modo di accellerare l’apprendimento tramite rinforzo rinforzando l’animale ogni volta che si avvicinava al comportamento desiderato. Così, per esempio, anziché aspettare a lungo che il piccione premesse casualmente la leva, Skinner rinforzava l’animale già ogni volta che si avvicinava alla leva, poi quando si avvicinava ancora di più, ecc.

L’apprendimento sociale e la formazione della personalità
Al contrario dei vecchi comportamentisti che si sono occupati forse troppo di ratti e piccioni, Dollard e Miller si sono occupati molto di fenomeni psicologici tipicamente umani quali la frustrazione, l’aggressività, il conflitto, gli impulsi e le ricompense sociali.
Un principio d’apprendimento ampiamente trascurato dalle teorie classiche dell’apprendimento e da loro invece collocato fra quelli fondamentali, è costituito dall’imitazione sociale, la quale gioca un ruolo centrale nelle acquisizioni sociali, a partire dall’apprendimento linguistico, e contribuisce a mantenere la conformità sociale e la disciplina. Per Miller e Dollard il bambino acquisisce una tendenza ad imitare poiché è stato rinforzato nelle prime risposte in cui ha imitato gli altri. Progressivamente questa tendenza a imitare assume un valore sempre maggiore: il comportamento dei modelli potenziali (attori, veline, calciatori, eroi del cinema e della tivù, rockstars) costituisce il “suggerimento” per l’emissione di comportamenti simili, nel bene e nel male, per esempio il drogarsi come alcuni divi, per quanto concerne atteggiamenti negativi.
Bandura si è occupato dei comportamenti aggressivi, dimostrando (in contrapposizione a Miller e Dollard) come, pur con livelli bassi di frustrazione, si possa avere un bambino molto aggressivo, qualora gli si mostrino modelli aggressivi fortunati. Si è notato che i rinforzi intermittenti (dati cioè solo di tanto in tanto in relazione alle risposte del soggetto) siano quelli maggiormente in grado di mantenere comportamenti aggressivi. Il rinforzo per Bandura agisce nella fase di mantenimento delle risposte. Nella teoria comportamentista dell’apprendimento sociale si sottolinea come modelli e rinforzi possano agire non solo ad incentivare le risposte, ma anche a inibirle, (a frenarle) sempre che queste fossero state precedentemente apprese. Inoltre un soggetto può mostrarsi socialmente inadeguato, non solo perché ha appreso risposte scorrette, ma anche perché non ha sufficienti abilità sociali, o non ha appreso in maniera solida alcune risposte sociali necessarie.
Nella teoria del comportamento sociale di Staats viene attribuita particolare importanza agli stimoli emozionali che sono collegati a risposte di carattere emozionale. Staats
indaga alla luce del condizionamento operante anche fenomeni come le differenze individuali, gli apprendimenti cognitivi, l’acquisizione di atteggiamenti, l’attrazione, il pregiudizio, la comunicazione e la persuasione, il conformismo, la leadership, che sono tipico oggetto d’interesse della psicologia sociale.
Staats fa l’esempio di un animale che si avvicina ad una femmina in calore e che riesca a montarla. Questo fatto rinforzerà una serie di comportamenti innescati da uno stimolo che ha una valenza emozionale positiva, (cioè uno stimolo piacevole) col risultato che, alla fine l’animale avrà appreso un certo numero di comportamenti che sono evocati da stimoli uguali o simili.
L’atteggiamento comportamentista nei confronti della psicoanalisi è duplice: ne critica la debolezza metodologica inerente alle affermazioni sia di carattere teorico sia di interesse pratico riferite alla presunta efficacia delle terapie analitiche; ma è propenso a dare il giusto risalto e ad analizzare, in base al proprio apparato teorico, fenomeni messi in luce soprattutto in ambiente psicoanalitico, quali transfert, ambivalenza, (presenza al contempo di odio a amore) fattori inconsci, paure e nevrosi. Vi è da notare che paradossalmente i due approcci sono paralleli:
stimolo ambientale –> black box –> risposta comportamentale
pulsione inconscia –> io –> sintomo (lapsus, atto mancato, ecc.)
Nel Comportamentismo e nella Psicoanalisi, ciò che è consapevole, ciò che è conscio (di sé stesso e del mondo) è detronizzato, ovvero considerato secondario o ininfluente, per far posto ad un qualcosa di non-consapevole, di non cosciente, inconscio o condizionamento che sia; quando un organismo è condizionato a comportarsi in un determinato modo non ne è consapevole, almeno inizialmente.

IL NEOCOMPORTAMENTISMO, TOLMAN, LA MAPPA COGNITIVA, CHOMSKY E LA FINE DEL COMPORTAMENTISMO.
Abbiamo due eventi fondamentali che segnano, per motivi diversi, la fine del comportamentismo come corrente vitale della psicologia.
Il primo viene dall’interno del comportamentismo, e cioè dalla scoperta dell’apprendimento latente e della mappa cognitiva di Tolman.
Tolman realizza degli esperimenti che, pur rispettando le rigide regole del metodo sperimentale, dimostrano in modo inoppugnabile che avviene un apprendimento nei ratti anche in assenza di uno stimolo positivo, cioè quando il cibo viene somministrato, e non soltanto in presenza di un rinforzo, come teorizzava il comportamentismo classico. Anche se dal punto di vista del senso comune la cosa può sembrare irrilevante, questa scoperta fu fondamentale, perché dimostrò che basta articolare e congegnare gli esperimenti nel modo giusto per studiare in modo scientifico, sperimentale, verificabile e replicabile (secondo i dettami dell’operazionismo) anche le componenti cognitive interne, che Tolman chiamò “variabili intervenienti”, che fino a quel momento venivano considerate non studiabili e non materia di scienza, essendo tutte considerate “mentaliste”.
Per questo Tolman e i suoi colleghi vengono definiti “neocomportamentisti”. Da qui in poi nascerà il cognitivismo, che si concentrerà proprio su queste caratteristiche, che del resto distinguono maggiormente gli esseri umani dagli animali: le emozioni, le aspettative, le intenzioni, la progettualità, l’immaginazione, la creatività, ecc.
In sostanza, andando a rivedere la p. 13 del vostro libro, (che dovete avere!),
le condizioni sperimentali stabilite dagli sperimentatori sono le variabili indipendenti, (in quanto è solo lo sperimentatore che ne decide valori e modalità, per esempio il tipo di gabbia in cui si trova, quanto deve essere affamato l’animale, presenza di scosse elettriche, temperatura, mangiare, ecc.; il comportamento che l’animale metterà in atto in risposta alle variabili indipendenti è la variabile dipendente, che si vuole conoscere appunto tramite l’esperimento (per esempio: quanto ci mette il ratto a scoprire l’uscita dal labirinto? Quanto tempo in presenza del rinforzo positivo (mangiare) e quanto tempo senza?) Ma Tolman dimostra col suo esperimento l’esistenza di una variabile interveniente. Solo questa infatti può spiegare la differenza di tempo impiegata dai due gruppi di ratti nello scoprire l’uscita dal labirinto, in due diverse condizioni sperimentali.
La variabile interveniente è una variabile che ha a che fare con la mente, in quel caso si trattava dell’apprendimento latente, ma in altri potrà essere la motivazione, lo spirito d’iniziativa, ecc., che non si può verificare e misurare come il comportamento osservabile ma si può inferire, cioè intuire, dedurre, in quanto è l’unica cosa che può spiegare la diversità del comportamento nei diversi disegni sperimentali.
L’opera di Tolman, costituisce uno dei tanti casi anomali all’interno della scuola comportamentista. Venne via via differenziandosi dal comportamentismo watsoniano per accogliere idee cognitiviste o anche psicoanalitiche.
La posizione “molecolaristica” di Watson, cioè che scomponeva i comportamenti in unità più piccole (per esempio i micromovimenti muscolari) rischiava di identificare il comportamento con le contrazioni muscolari e di rimandarne lo studio alla fisiologia.
Questo è un esempio di riduzionismo: ogni comportamento poteva essere ricondotto e studiato nelle sue unità più semplici.
Per Tolman, che invece è un antiriduzionista, il comportamento deve essere considerato e studiato in modo molare e non molecolare, non deve limitarsi alle singole risposte muscolari o ghiandolari, ma, come i vecchi funzionalisti, considera il comportamento nel suo complesso e nel suo significato: significato che non può essere colto scomponendo ogni comportamento in parti più piccole.
Tolman tiene conto dello scopo (della finalità) e di alcuni processi intervenienti tra stimolo e risposta. Perciò Tolman è considerato uno dei precursori del cognitivismo.

NOAM CHOMSKY E IL LINGUAGGIO.
Il secondo avvenimento che decreta la fine del comportamentismo è l’articolo del grande linguista Noam Chomsky.
Per l’esattezza, Chomsky nel 1959 pubblica una recensione (cioè un commento) a un precedente articolo di “Verbal Behavior”, di Skinner, sulla nascita del linguaggio. Abbiamo visto che Skinner considerava il linguaggio completamente frutto del rinforzo. Cioè il bambino, attraverso un procedimento per prove ed errori, imparava che per esempio dicendo “mamma” attirava l’attenzione della mamma, dicendo “pappa” riceveva il mangiare, ecc.
“Chomsky prende avvio da una critica all’ipotesi comportamentista, perché questa, se spiega l’acquisizione delle singole parole, non spiega la complessità della condotta linguistica nel suo insieme e soprattutto la produzione di frasi sempre variabili. (…)
Per Chomsky la comparsa del linguaggio è legata alla maturazione di uno specifico meccanismo a base innata. L’epoca di comparsa sarebbe dunque prefissata piuttosto rigidamente nel patrimonio genetico dell’organismo e non dipenderebbe dalla quantità e dal tipo di stimolazione ricevuta dall’ambiente. 
(Questa teoria assume il nome di “grammatica generativo-trasformazionale).

al sito: http://www.studenti.it/materie/psicopaedagogia/articoli/linguaggio_teorici.php

Per spiegare meglio: la produzione e la comprensione del linguaggio sono determinate da regole grammaticali-generative, che sono facoltà innate e peculiari della mente umana. In sostanza i bambini riescono a inferire le regole del linguaggio, e a riprodurlo, grazie alla comprensione di regole meta-linguistiche (cioè che vanno oltre il singolo linguaggio ma sono comuni a tutte le lingue) che permettono l’assimilazione, l’uso e la padronanza della lingua che viene ascoltata.
Riepilogando nuovamente: anche la comparazione dell’apprendimento di lingue diverse nei vari popoli dimostrano appunto che tutti i linguaggi sono basati su regole comuni che portano alla costituzione delle frasi, della sintassi, e delle regole fondamentali della grammatica. Esse possono essere comprese da tutti gli esseri umani, seppure con l’ascolto e l’esercizio, grazie a qualità innate e peculiari degli esseri umani, dunque non basterebbero all’acquisizione del linguaggio le leggi del condizionamento operante definite da Skinner.

CONSIDERAZIONI FINALI E RETROTERRA CULTURALE
Abbiamo visto che anche nell’ambito del comportamentismo esistono alcune differenze:
alcuni considerano il comportamento nella sua globalità (molarismo), come Skinner e Tolman, altri, come Watson, tendono a uno studio molecolare, cioè che scinde il comportamento nelle sue componenti più semplici fino ai famigerati “micromovimenti” che sarebbero persino alla base del pensiero.
Ma tutti i comportamentisti accolgono le tesi evoluzioniste e s’ispirano alla corrente filosofica epistemologica (l’epistemologia studia i criteri di validazione delle conoscenze scientifiche) dell’operazionismo, per cui ogni conoscenza anche psicologica dev’essere fondata su esperimenti condotti seguendo il metodo sperimentale, così come avviene nella fisica, nella chimica, nella biologia, ecc.
L’ulteriore substrato filosofico del comportamentismo è quello del positivismo logico, una filosofia delle prima metà del ‘900 che identificava nella scienza la forza che avrebbe liberato per sempre l’umanità dall’ignoranza e dalle superstizioni (religioni comprese) risolvendone i problemi più gravi. Questo ci ricollega all’altra componente filosofica del comportamentismo: il materialismo, che esclude ogni forza irrazionale, ogni principio divino, spirituale, religioso, paranormale, ecc.
Per quanto strano possa sembrare, da questo punto di vista il comportamentismo è più vicino alla psicoanalisi freudiana, anch’essa atea e materialista, di quanto non lo sia la psicoanalisi fondata da Jung (per l’esattezza “psicologia analitica”), che si separò da Freud proprio per il grande valore da lui attribuito alla dimensione spirituale, che si manifestava in una diversa interpretazione dei sogni, negli archetipi, nella sincronicità, nel processo di individuazione, ecc.
Sia la psicoanalisi freudiana che il comportamentismo, infatti, sono deterministe, ovvero non considerano l’uomo dotato di libero arbitrio, ma completamente dominato dalle pulsioni secondo Freud, e dai vari tipi di rinforzo secondo Watson, Skinner, ecc.
Con la nascita del cognitivismo abbiamo un po’ un replay, seppure speculare, cioè rovesciato, di quello che si era già verificato nella psicoanalisi. Ovvero, in quest’ultima, gli psicologì del se’, dell’Io, delle relazioni oggettuali (Anna Freud, Kerneberg, Sullivan, Kohut ecc.) si erano distaccati dalla teoria delle pulsioni di Freud per rivolgere maggiormente la propria attenzione alla realtà quotidiana e concreta dei pazienti. (Non abbiamo avuto purtroppo tempo e modo di questi approfondimenti).
In un certo senso allo stesso modo, i neo-comportamentisi prima e i cognitivisti poi si allontanarono dal comportamentismo ferreo e rigido che escludeva qualsiasi esplorazione della psiche, per pervenire a uno studio più soddisfacente e completo dell’uomo e della personalità. Ma così come gli psicoanalisti non abbandonarono il concetto di inconscio, pur interpretandolo nei modi più diversi, i cognitivisti cercarono sempre di attenersi a criteri scientifici, coi quali continueranno anche a misurare l’efficacia (cioè se le terapie funzionano) e l’efficienza (cioè in quanto tempo si risolve il problema: risolverlo in sei mesi naturalmente è preferibile che in dieci anni!) delle psicoterapie che provengono dall’approccio integrato
cognitivo-comportamentale (o cognitivo-comportamentista).

LE ACCUSE AL COMPORTAMENTISMO
1) “Alcune delle critiche più vigorose ai primi studi sul condizionamento vennero dagli psicologi delLa Gestalt. Essi sostenevano che l’apprendimento osservato negli studi di Pavlov e Thorndike sembrava cieco e meccanico perché le situazioni sperimentali tipiche di questi studi davano all’animale poche opportunità di mettere in evidenza comportamenti genuinamente creativi o intuitivi. Gli psicologi della Gestalt ritenevano che per studiare l’insight (una forma d’apprendimento e di soluzione dei problemi che dipende da complesse capacità cognitive), sia necessario scegliere una situazione sperimentale appropriata”. (“Psicologia”, Darley, Glucksberg, Kinchla, p. 249, Vol.I)
Questa critica è la principale e fondamentalmente l’unica vera grande critica che viene rivolta al comportamentismo, (e che riassume tutte le altre), sia dagli psicoanalisti che dagli etologi, dalla psicologia umanistica come dai costruttivisti, ecc., seppure con diverse modalità e sfumature.
E cioè, fondamentalmente: il grosso ratto norvegese, il gatto o il piccione, immessi nello skinner box, o nel labirinto, non hanno altra scelta che di premere la leva o di cercare l’uscita dal labirinto, soprattutto se vi vengono sono messi quando hanno fame e sono disperatamente alla ricerca di cibo, o acqua.
E dunque, non possono “socializzare”, non possono esplorare un vero ambiente naturale circostante, e non possono neppure risolvere i problemi, e dunque apprendere in un modo diverso da quello che gli sperimentatori hanno predisposto per loro.
I comportamentisti dunque estrapolano gli animali dal loro ambiente naturale costringendoli in condizioni innaturali e comunque che non dà loro nessuna possibilità di esprimere la loro vera natura, per poi addirittura trasferire sugli esseri umani quello che pretendono di “scoprire” negli animali.
Il risultato è sconvolgente: tutta la creatività, l’immaginazione, la fantasia, la sensibilità, l’arte, la spiritualità, la religiosità, la moralità, l’ingegno, l’esplorazione del mondo e la scienza che ne conseguono, la fondazione di civiltà, assolutamente tutto è ricondotto a varie sequenze di stimoli e risposte, sequenze di rinforzi positivi, negativi, aversivi, una sequenza infinita e angosciante di stimoli, risposte, rinforzi, dall’inizio alla fine del mondo!!
È un abbrutimento e una semplificazione grossolana e assurda, una vera e propria “rattomorfizzazione dell’uomo”. I comportamentisti riducono gli esseri umani a dei ratti.
Lo squallore di questo approccio si può intravedere anche nel loro atteggiamento nell’educazione dei bambini e nella stessa cura degli ammalati psichiatrici: essi trattano pazienti, malati e bambini come ratti, cani, gatti e piccioni. Se dipendesse da loro applicherebbero in tutto il mondo un mostruoso e fascistoide programma tecnocratico (come sogna il loro guru, Skinner, nel romanzo “Walden Too”), col quale controllerebbero le masse con programmi e contingenze di rinforzo: non vi è alcuno spazio per l’emozione, per il sentimento, per l’empatia, in poche parole non vi è alcuno spazio nel comportamentismo per tutto ciò che attiene alla dignità umana, oppure, se vogliamo parlare un linguaggio più scientifico, per le superiori facoltà cognitive dell’uomo.

2) Inoltre, come già per la psicoanalisi e l’inconscio, si potrebbe porre la stessa domanda anche per il comportamentismo, e cioè: cosa ha scoperto di nuovo? Da sempre tutti quelli che hanno addestrato gli animali, dai pastori ai cacciatori fino agli stessi domatori dei circhi, li hanno addestrati coi principi dei premi e delle punizioni. Oppure, nel campo politico, non si è sempre parlato del bastone (punizione) e della carota? (Rinforzo positivo). Cosa c’è di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario in tutto ciò?

3) E infine, la critica che specificamente viene dall’ambito psicodinamico (psicoanalitico) e non solo contro il comportamentismo è che tutte le terapie, come quelle comportamentiste (o anche cognitiviste) che mirano solo a risolvere “il sintomo”, senza puntare a una ricostruzione complessiva della personalità e a un vero percorso di crescita, risolvono solo apparentemente i problemi, ma il conflitto/problema inconscio che ne sta alla base si manifesterà presto in un nuovo problema, ragione per cui si parla di “sostituzione del sintomo”. Il vero problema, che è nell’inconscio, se non viene curato si ripresenta in modi anche molto diversi, ed è inutile ogni volta pensare a risolvere la singola fobia o la singola ossessione. Ragion per cui tutte le terapie rivolte solo al “sintomo” o al “problema” (e il comportamentismo in primis) vengono chiamate con disprezzo: “terapie sintomatiche” e vengono ritenute inutili e illusorie.

LA DIFESA
1) Chi ha studiato seriamente e senza pregiudizi il comportamentismo non potrà che sorridere delle critiche di cui è fatto oggetto. Per esempio, il comportamentismo ha istituzionalizzato un sistema di premi, più che punizioni, la token economy, economia a gettoni, col quale negli ospedali psichiatrici si davano ai pazienti dei gettoni che valevano come moneta, coi quali questi potevano accedere alle varie attività ricreative dell’ospedale psichiatrico: attività sportive, artistiche, televisione, ecc. Ciò viene visto da chi parla senza conoscere le cose come una specie di calpestamento della dignità dei pazienti. Ma in realtà non è che l’estensione delle regole della società normale all’interno delle istituzioni psichiatriche. Anzi, era un modo per far vivere i malati, anche quelli apparentemente più incapaci di rispettare ogni regola, nel modo più normale possibile. Noi tutti non lavoriamo forse per ottenere del denaro, col quale possiamo procurarci maggiori e migliori piaceri di tutti i tipi?

2) Non è vero che il comportamentismo vorrebbe minacciare il mondo con un sistema di premi e punizioni: al contrario, Skinner per esempio ha più volte sottolineato che nell’educazione le punizioni non aiutano se eccessive e assunte come principio fondamentale, in quanto la paura e l’ansia interferiscono negativamente con la capacità di apprendere. Egli ha sì suggerito di usare sì il rinforzo, ma prevalentemente quello positivo, invertendo così la prassi comune, in funzione non solo nella scuola ma in tutta la società, che prevede punizioni per chi si comporta male, ma nessun premio o quasi per chi fa bene, finendo quindi col demotivare un automiglioramento delle persone, nel campo culturale, lavorativo, economico.
Non solo: egli ha molto insistito sul potere, che c’è solo nelle vere democrazie, di controllare il governo dal basso, con sistemi collettivi e di dominio pubblico, che andrebbero anzi potenziati, per punire i governanti corrotti, le multinazionali che vanno contro gli interessi della gente, le forze dell’ordine che vessano i cittadini travalicando i loro compiti regolati dalle leggi e dalle istituzioni. Per esempio, il boicottaggio economico contro una multinazionale, o le proteste pacifiche non sono altro che forme di punizione, provenienti dal basso, dal popolo, seppure coordinate da qualcuno più volenteroso di altri, coi quali la gente esercita, o almeno ci prova, un controllo su organismi molto più grandi di loro.

3) Il comportamentismo è stato il primo ad occuparsi sistematicamente degli psicotici gravi, e anche degli handicappati gravi, con le griglie di osservazione comportamentale, riuscendo a mettere a punto programmi di riabilitazione anche nelle cose apparentemente più piccole della vita quotidiana, però così importanti per quei pazienti e i per i milioni di famiglie a cui questi appartenevano o appartengono.

4) Per quanto riguarda la vecchia storia della sostituzione del sintomo, è un’invenzione tipica della psicoanalisi per poter continuare a ossessionare la gente con la truffa di un rapporto paziente–psicoanalista più simile a una dipendenza che a una cura: con questa scusa ci sono pazienti che vanno dallo stesso psicoanalista per 5, 10, 20 anni, e se lo psicoanalista muore se ne scelgono un altro, senza riuscire a risolvere mai i loro problemi, che anzi aumentano.
Non c’è nessuna evidenza scientifica della realtà della sostituzione del sintomo. E’ chiaro che risolvere un problema non vuol dire che per tutto il resto della vita non se ne avranno altri, anche problemi psicologici, ma basta questo per dire che un problema che appare anche molto tempo dopo il precedente, e magari molto diverso, abbia le stesse cause e la stessa origine? Certamente no. Al contrario noi ci preoccupiamo davvero dell’efficacia e dell’efficienza delle nostre cure misurando i reali successi, fallimenti, drop-out, questa è la nostra correttezza e il nostro orgoglio, e concordiamo coi pazienti fin dall’inizio il risultato a cui vogliamo/possiamo giungere insieme, e i tempi, più o meno, in cui pensiamo di arrivarci, come dovrebbe accadere in tutte le psicoterapie che veramente si propongano di aiutare anziché di danneggiare i pazienti.

5) Perché le terapie psicologiche, come i farmaci, non debbono essere soggetti a controlli sistematici e scientifici, in nome delle presunte profondità dell’inconscio che non sono in alcun modo più verificabili dell’astrologia o della cartomanzia?
A proposito di stelle, il metodo scientifico è la nostra unica stella, nostra guida e nostra rotta, e anche il cognitivismo che nasce dal comportamentismo, e che va oltre i principi del rinforzo e parla di intenzionalità e di mappa cognitiva, si ispira al metodo sperimentale e si avvale di quest’ultimo per studiare la mente.

Bibliografia
Garzantine Psicologia, Galimberti, alle voci comportamentismo, apprendimento.
Psicologia, Darley, Glucksberg, Kinchla, Vol. I, ed. Il Mulino
Psicologicamente
Trattato teorico-pratico di terapia e modificazione del comportamento, Meazzini, vol. 1. (ed. Erip)

Siti:
http://www.studenti.it/materie/psicopaedagogia/articoli/linguaggio_teorici.php
http://www.wikipedia.it alla voce: comportamentismo

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