La Psicologia Umanistica

 LA PSICOLOGIA UMANISTICA

Dopo il comportamentismo e la psicoanalisi si afferma sia in Europa che in America la “third force”, la psicologia umanistica. E’ un movimento composito e opera di vari autori, quindi senza un unico fondatore e un “manifesto teorico” specifico, come era avvenuto per la psicoanalisi nel 1900 con “L’Interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud e “La psicologia vista dal punto di vista del comportamentista” di Watson nel 1913.

Tra i principali autori della psicologia umanistica sono Carl Rogers, Viktor Frankl, Abraham Maslow, Rollo Mayo, che evidentemente fu spinto alla psicologia dal fatto di chiamarsi con un nome simile, e vari altri.

E’ bene precisare innanzi tutto alcune cose: in realtà queste distinzioni sono da prendee con le pinze in quanto, naturalmente, tutta la psicologia e in particolare la psicologia clinica cioè che si occupa di curare e guarire i disturbi psicologici, oppure di affrontare e superare i problemi psicologici, (detto in un’accezione non medica), è umanistica in quanto si occupa degli esseri umani, delle loro sofferenze e della loro felicità.

Inoltre dobbiamo considerare che anche lo stesso Jung, il grande allievo di Freud, se ne separò e fondò una sua diversa scuola psicoanalitica in cui non vedeva tutto spinto da eros e tanathos (amore e morte, sesso e aggressività) ma anche da principi, motivazioni e tensioni spirituali. Jung parla infatti anche di meditazione, filosofie orientali, di astrologia, di tutti gli antichi miti e mitologie, di UFO, della kundalini, l’energia sessuale che secondo la filosofia indiana salendo dal punto dei genitali si può trasformare in realtà in un’energia spirituale, parla di fantasmi, di sedute spiritiche, di telepatia, insomma non c’è argomento dell’attuale new age di cui Jung non aveva parlato e non si era in qualche modo fatto pioniere. E’ ovvio che tutto ciò ha un significato e un valore profondamente umanistico.

Altri esempi di queste commistioni sono Erich Fromm, un analista-filosofo che scrisse “Avere o Essere” (ve lo consiglio), Whilelm Reich, un altro dissidente che non riconobbe il principio di morte (tanathos) e disse che gli impulsi distruttivi erano dovuti non a un principio insito nell’uomo ma alla repressione della sessualità da parte della società, delle religioni, ecc., oppure anche Assaggioli, il fondatore della psicosintesi.

Egli ipotizzò che oltre all’inconscio, sede di pulsioni che se non ben gestite possono rovinarci, ci fosse il Super-conscio, cioè una specie di mare di forze superiori divine e spirituali al quale potremmo e dovremmo tendere chi veramente vuole evolversi e migliorare e diventare fonte di luce e di felicità anche per gli altri oltre che per se stesso.

Ma soprattutto, nella buona psicologia vale il principio che qualcosa che si rivela utile, trovato o inventato da un certo approccio viene giustamente poi utilizzato da altre scuole. Questo vale per esempio per il concetto di “empatia”, fondamentale nella scuola di Carl Rogers, che ha permeato cioè ha assunto grande importanza poi in tutta la pratica clinica psicologica e non solo per gli psicologi umanisti.

Altro esempio è la prescrizione paradossale, di Viktor Frankl. Essa prescrive il sintomo, quindi trasforma una compulsione (una spinta irrazionale e irrefrenabile a fare qualcosa,  per esempio lavarsi ossessivamente, o anche a dire e persino pensare qualcosa, tipo dubbi ossessivi, calcoli mentali inutili, ecc.) in un ordine prescritto del terapeuta.

Questo lo fa diventare un compito, un obbligo, e lo rende magicamente odioso, in tal modo il paziente smette in tempi brevi di compiere quella determinata azione, rito, pensiero, mentre prima chiunque gli avrebbe detto di non farlo non avrebbe fatto che aumentarlo. Pensiamo come ciò avvenga quando ci si dice di non mangiarci le unghie, di non fumare, ecc. Tutti i tic psicologici, per esempio, provengono proprio dal fatto di dirsi continuamente, ossessivamente: non devo fare questo, non devo dire questo, ecc.: il ché porta a dirlo, a farlo, eccetera. La prescrizione paradossale utilizza questo principio al contrario, in modo risanante anziché disfunzionale. Naturalmente può essere utilizzato solo per le compulsioni e le azioni che fanno perdere tempo e energie ma non per quelle che portano a far del male a sé o agli altri: non si può prescrivere a uno di picchiare i figli, la moglie, di ammazzarsi, ecc.

Anche questa mossa terapeutica è ormai utilizzata in tutte le scuole, approcci, metodi psicologici che mirano ad aiutare veramente le persone anziché a intortarle con fumose e inutili (a mio avviso, naturalmente) interpretazioni del loro passato e presente, che poi di fatto bloccano ogni futuro.

In quarta avete già visto la scala dei bisogni di Maslow, vedremo qui due tra questi autori principali, a mio parere più interessanti: Viktor Frankl e Carl Rogers.

VICTOR FRANKL

Riporto le righe del retrocopertina di uno dei suoi libri più significativi di Frankl: “Alla ricerca del significato”, ed. Mursia.

“Viktor Frankl è nato nel 1905 a Vienna, presso la sua università è professore di psichiatria. Ha insegnato inoltre in varie università nordamericane (…). Internato durante la seconda guerra mondiale in un campo di concentramento nazista (in quanto ebreo), ricordò questa esperienza nel libro: “Uno psicologo nei Lager” (1946). Ha legato il proprio nome a quel nuovo orientamento della psichiatria e psicologia moderna chiamato “logoterapia”. Tra le sue opere più importanti (oltre a questo “Alla ricerca del significato”), ricordiamo: “Homo patiens”, “Interpretazione umanistica della sofferenza” (1950) e “Teoria e terapia della nevrosi” (1956).”

Ricordiamo perciò che, così come già Freud e Jung, Frank era medico e psichiatra, la psichiatria si occupa appunto dei problemi mentali ma da un punto di vista più medico e organicistico, e perciò gli psichiatri in genere tendono più a usare e a “risolvere” (apparentemente) i problemi coi farmaci anziché con la parola e con la psicologia.

Questi tre e tanti altri, per fortuna, essendo grandi iniziatori di scuole psicologiche, fanno eccezione a questo modo di pensare, perché, a prescindere dalla diversa impostazione, cercano di curare con la parola, coi significati, in qualche modo con la cura dell’ “anima” anziché del corpo. Infatti, psiche in greco vuol dire mente ma anche anima, parola che qui va interpretata però in un senso umanistico generale e non religioso.

In greco LOGO significa tante cose. anche nella Bibbia è scritto all’inizio: “In principio era il Logos”. Logos può voler dire parola, scienza discorso, in questo caso la traduzione più appropriata è quella di “significato”. Significato quindi da dare alla vita, in quanto la logoterapia mira a riempire la vita di significati (o di un più grande significato) che essa ha perso e che pertanto viene ad essere riempito con degli altri “significati” patologici e disfunzionali: disturbi alimentari, ossessioni, compulsioni, ipocondria, gesti autolesionistici, ecc.

Anche in tal caso ricordiamo che in tutte le terapie efficaci (cioè che risolvono il problema) ed efficienti, (cioè che lo risolvono in tempi relativamente brevi, non a sessant’anni!) e dunque non solo la terapia umanistica, pur dando importanza alla risoluzione del problema portato dai pazienti, non trascurano poi di creare appunti questi nuovi significati che dovranno riempire/sostituire il tempo che prima veniva impiegato e dedicato alle varie ossessioni, compulsioni, fobie, ecc. e anche a sostituire i piaceri patologici che provenivano da questi disturbi. Infatti, per quanto strano possa sembrare, tutti i disturbi psicologici tendono ad automantenersi in quanto danno anch’essi dei piaceri fisici e psicologici, per quanto patologici. (Nell’anoressica secrezione di endorfine e il sentirsi superiori perché si può fare a meno del cibo, in alcuni col panico il piacere di avere tutte le persone a disposizione pronte ad aiutarsi, nella vomitatrice il “piacere di vomitare” (è strano ma è così), e naturalmente, nelle dipendenze, il piacere dato dalla sostanza o diavoleria o abitudine di cui non si può fare a meno (alcool, fumo, canne, cocaina, eroina, lsd, televisione, cellulare, internet, sesso, e c’è persino la dipendenza dal lavoro!)

Così, l’anoressica o la vomitatrice, che usano il suo disturbo anche per rifiutare il contatto con gli altri saranno stimolate a intraprendere un nuovo tipo di vita che comprenda anche le relazioni amorose, quello col panico sarà stimolato al piacere di una vita normale e indipendente, la possibilità di viaggiare, ecc.

E’ ovvio che se riusciamo a liberarci di tutto ciò che ci frena avremo più spazi, tempi ed energie per esprimere la nostra creatività, i nostri talenti, e, in un accezione un po’ romantica, per realizzare i nostri sogni!

Altri esempi persino banali ma concreti di come può essere fondamentale la ricerca di nuovi significati sono le carceri e le comunità per tossico-dipendenti o altri problemi:

là dove al detenuto o al tossico-dipendente si insegnano un lavoro o si inculca una fiducia   in dei valori, in un religione, si creano nuove comunità di amici, di persone da frequentare con un intento e una finalità comuni, le persone diventano più resistenti ai richiami della vecchia vita da tossico o da criminale.

Infatti i lavori che si insegnano tendono a essere lavori non alienanti: non girare un bullone come Charlot in “Tempi moderni” (vedetelo!) ma l’agricoltura, arrivando a dei prodotti finiti (vino, olio, ecc.) l’allevamento di animali, la lavorazione del legno o della ceramica, ecc. Tutte cose che danno o dovrebbero dare dei nuovi significati con cui riempire la vita e il tempo e a cui dedicare le proprie energie una volta usciti dal luogo di rieducazione. Naturalmente alcuni, tra cui anch’io, vedono l’indottrinamento religioso di certe comunità come un passare dalla padella alla brace, ma questo è un altro discorso…

L’importante è che abbiate capito cosa voglia dire “terapia del significato”.

In conclusione, il logoterapeuta in senso stretto dovrebbe aiutare i pazienti a riscoprire e ritrovare un senso significato nelle e delle loro vite, senso o che fino a lì che hanno perso o non hanno neppure mai avuto, e questo vale anche per persone apparentemente normali e perfettamente integrate nella società che però soffrono di un disagio profondo esistenziale, ma la questione del senso della vita, come tutti noi ben sappiamo, ci riguarda tutti e perciò va oltre la questione dei disturbi psicologici gravi o lievi che siano, ma inerisce alle scelte di vita, buone o cattive, di ognuno di noi.

Perciò la “terapia del significato” assume  grande importanza anche nei contesti che non c’entrano niente con Viktor Frankl e neppure con la psicologia in senso stretto.

Pensiamo per esempio a come importante sia che abbia un senso reale e profondo per voi quello che andrete a fare dopo questa scuola!

E’ anche per questo che ve ne parlo!

Anche se non bisogna farsi neppure intrappolare e invischiare da un’ossessione dei significati, ma capire che è legittimo che anche questi nella vita possano cambiare, perdere o acquisire importanza.

Scrivere queste dispense mi dà l’occasione di riscoprire alcuni grandi pensatori. Anche per questo, per onorarli e perché penso sia bello parlarvene, riporto, per chi volesse approfondire, l’ottima presentazione che fa di Frankl Eugenio Fizzotti, il più importante esponente di questa psicologia in Italia.

<<…Radiato dalla società adleriana, insieme con Adlers e Schwarz, per contrasti ideologici, Frankl approfondi gli studi
nel campo clinico: nel 1930 conseguì la laurea in medicina e, sotto la guida di un luminare della scienza medica, Otto Pòtzl, esercitò l’attività nel reparto neurologico della Clinica dell’ti niversit di Vienna. Passò poi alla clinica psichiatrica di Steinhof, e nel 1936 ottenne la specializzazione in neurologia e psichiatria. Dal 1940 diresse la sezione neurologica del Rothschildspital.
La guerra era alle porte. La persecuzione antisemita coinvolse anche la famiglia Frankl. Tempi duri per gli ebrei. Con coraggio non comune, molti continuarono la loro opera, a costo di mettere a repentaglio la propria vita. Frankl per ben tre anni, fino al 1942, riuscì ad evitare l’internamento. Ma giunse il momento tanto temuto: aveva rifiutato il visto per emigrare negli Sati Uniti, e quindi non ebbe paura di entrare a testa alta nei Lager nazisti. The resienstadi, Kaufering,
Tùrkheim ed Auschwitz furono le tappe del suo Experimentu Crucis, (della sua Via crucis), tappe percorse non da psichiatra e ancor meno da medico, quanto da internato medio, uno dei tanti, un uomo qualsiasi, un numero: 119.104. Lavorò da semplice
sterratore, costruendo da solo un intero tunnel, progettato dai nazisti per collegare l’esterno del campo con una grande fabbrica di armi e di munizioni.
Il volume più significativo della produzione letteraria di Frankl, e che costituisce un gioiello della letteratura non solo contemporanea ma di tutti i tempi, è appunto “Uno psicologo nei Lager”. In tale opera, divenuta un best-seller negli Stati Uniti (finora ne sono state vendute 2.000.000 di copie) egli descrive con fine sensibilità le impressioni e le esperienze dei tre anni trascorsi nei Lager. Fu proprio in quei luoghi di martirio e di degradazione umana che Frankl comprovò l’efficacia delle intuizioni avute negli anni precedenti. Se egli giurò a se stesso di «non correre mai al filo», ossia di non lasciarsi mai andare alla sfiducia al punto di suicidarsi toccando il filo con l’alta tensione che circondava il campo di Auschwitz, ciò fu dovuto proprio allo spiraglio di speranze che intravide anche nell’oscurità dell’inferno nazista.
Fu ad Auschwitz che Frankl imparò che «sulla terra esistono soltanto due razze, e solo queste due: la “razza degli uomini per bene”, e quella dei “poco di buono”. Queste due “razze” sono diffuse ovunque, penetrano e s’infilano in tutti i gruppi». Non solo, ma la fiducia di Frankl nella bontà dell’uomo trovò un appoggio nel vedere innumerevoli prigionieri che «entravano nelle camere a gas con un atteggiamento decoroso e sereno, recitando il Padre Nostro, oppure la preghiera ebraica per la morte». E fu appunto incitato da tali esempi che egli riuscì a far appello alle sue risorse umane e morali, riuscendo a trovare un significato anche in quel genere di vita, cercando di comunicare ai compagni di sfortuna l’entusiasmo per la lotta, per lo sforzo di difendere sempre la propria dignità, per saper sorridere anche nelle sofferenze.
Fu nei Lager che Frankl scopri’l’importanza di un compito, di un ideale, di una ragione per vivere. Solo coloro che avevano dinanzi a sé un compito che li aspettava per essere portato a termine, trovavano la forza per superare quelle ignobili e degradanti situazioni. E fu cosi che la logoterapia trovò, nel vivo dell’esperienza, la sua conferma più nobile e significativa.
Il 27 aprile 1945 segnò la fine del suo periodo di internamento. Ritrovarsi libero fu per lui una sensazione strana, resa ancor più drammatica dalla notizia della morte dei genitori, del fratello, della giovane moglie. L’inferno nazista l’aveva lasciato solo. Passo dopo passo, Frankl iniziò una nuova vita, penetrando in essa con la somma di esperienze di quegli anni, riacquistando coraggio e possibilità di lavoro, ridiventando uomo.
Riprese l’attività, assumendo il ruolo di Primario del reparto neurologico del Policlinico viennese. Diede alle stampe il suo primo volume: un successo strepitoso. (…) I suoi libri vanno letteralmente a ruba. Alcuni sono stati tradotti in ben quattordici lingue, tra cui il giapponese ed il cinese, oltre il greco e l’ebraico. (…) Attualmente, Frankl continua a svolgere la sua attività di conferenziere e di scrittore. (…) La sua presenza è richiesta dappertutto, e dovunque egli porta il suo messaggio di speranza e di umanità, dall’India all’Australia, dal Messico al Giappone, alle Hawaii, all’Africa del Sud, a Ceylon, a Formosa, all’America Latina, (…)

Conoscere Frankl personalmente rappresenta senza dubbio alcuno un’esperienza indimenticabile: questo “inviato di un altro mondo”, come lo ha definito Gabriel Marcel, non ha nulla in comune con i distaccati e freddi scienziati che ancora oggi popolano il mondo intellettuale della vecchia Europa. Basti pensare che con entusiasmo ancora giovanile trascorre le domeniche libere tra le pareti rocciose delle Alpi austriache, e che da qualche anno si dedica al pilotaggio di aerei da turismo. Egli sa ridere di se stesso e della sua scienza, come pure sa affrontare con serietà non comune le problematiche esistenziali che attaanagliano la nostra vita.

Per questo Frankl incarna le aspirazioni più profonde dell’uomo di oggi. Il sentiero è certo rischioso e arduo, ma affascinante e promettente; le attese dell’uomo non saranno deluse.

L’uomo angosciato, nel mondo contemporaneo, ha spesso paura di aspettare il mattino per ricominciare a vivere. Paura di continuare a sorridere, di riprendere a lottare. Quasi si sente colpevole di esser vivo! È la disumanizzazione piu completa. Proprio per questo Frankl non cessa di parlare e di scrivere, onde riumanizzare l’uomo, riportarlo a se stesso, ridargli la fiducia e la serenità. La logoterapia vuole appunto aiutare tutti coloro che soffrono a ritrovare il senso più profondo della propria esistenza terrena.
Frankl afferma appassionatamente che ogni situazione è una sfida per l’uomo e presenta un problema da risolvere. Ognuno ha la sua specifica chiamata, la sua vocazione particolare. Per la logoterapia la vera essenza della vita sta nella responsabilità. Responsabilità verso le cose, le persone, le idee. Verso i figli, i genitori, gli insegnanti. Una responsabilità non identica per tutti, ma diversa per ognuno; una responsabilità che varia da persona a persona, e da situazione a situazione. E quindi, anche per curare la nevrosi e la depressione, la cosa più importante è il compito per il quale ognuno deve lottare nella propria vita. Ciò vale molto di più del denaro, del successo, del piacere.
Leggendo il volume di Frankl, il lettore incontrerà un esempio che ci piace riportare, perché paradigmatico della concezione dell’uomo difesa accoratamente da Frankl. Durante uno dei suoi molteplici viaggi in Australia, egli ricevette in regalo un boomerang. Gli fu spiegato che tale oggetto ritorna verso colui che l’ha lanciato quando ha sbagliato mira, quando non ha colpito la preda. E Frankl, argutamente, commentò: «Proprio come la vita dell’uomo. Egli si chiude in se stesso quando ha fallito, quando ha sbagliato nel compito da realizzare, quando ha dimenticato qualcosa al di fuori di se stesso. In fondo, la maniera migliore per dimenticare le nostre preoccupazioni consiste nel darsi agli altri. La forma più sicura per ottenere la gioia e la pace è quella di fare qualcosa per gli altri. E questo può deciderlo solo il singolo. L’uomo è libero di costruire il proprio futuro. Sta a lui arricchirlo o deformarlo».
Se la psicoanalisi di Freud punta verso il passato dell’uomo, la logoterapia di Frankl si rivolge al futuro, alla speranza di realizzare un compito esistenziale tutto proprio. Non ci si può rassegnare a ciò che è avvenuto nell’infanzia. Bisogna aprirsi agli orizzonti del domani, agli spazi infiniti che attendono di essere attraversati da ognuno di noi. L’uomo non è solo piacere carnale, non è solo soddisfazione sessuale, non è solo ricerca del successo. Egli è molto, molto di più… Egli è anelito all’infinito, all’avvenire, al domani.

Se il messaggio della logoterapia consiste in « una fede incondizionata in un significato incondizionato della vita », quale messaggio è più attuale ai nostri giorni? >>

Eugenio Fizzotti, nell’introduzione a: “Alla Ricerca di un Significato della Vita”, pp. 9-11.

CARL ROGERS

Dal retrocopertina di “La Terapia centrata sul cliente”, di Carl Rogers, ediz. Psycho:

“Carl Rogers, nato nel 1902, è una delle voci più originali della psicologia clinica americana. Lavora come terapeuta al Rochester Guidance Centre dal 1913 al 1940. Diventa professore di psicologia alla Ohio University (e poi in vari altri Stati e università USA…) Nel 1964 abbandona l’insegnamento universitario per dedicarsi completamente alla sperimentazione sui gruppi”.

Cosa vuol dire “terapia centrata sul cliente”? Già questa espressione racchiude in sé 2 concetti fondamentali dell’opera di Rogers.

Rogers è il primo che parla di “cliente” anziché di “paziente”. “Paziente” viene da “patire, soffrire”: per Rogers ha quindi una valenza negativa e ci riporta al linguaggio medico, in cui oltretutto il paziente è in una posizione di inferiorità rispetto al medico.

“Cliente” indica una persona con una richiesta che si rivolge a un professionista, così come per comprare un libro andiamo in libreria.

Solo che nel caso dello psicologo gli rivolgiamo una richiesta che si riferisce a un problema o un’esigenza psicologica, ma questo non dovrebbe porci in un piano di inferiorità o di subordinazione al professionista stesso.

Questo ci collega all’altro concetto fondamentale: perché “centrata sul cliente?”

Perché per Rogers al centro della terapia è il cliente e non la teoria dello psicologo.

Infatti in molte scuole, a mio avviso in particolare in quelle psicoanalitiche, al centro del rapporto col terapeuta ci sono le teorie e le dottrine della mente, le interpretazioni più disparate, ognuna con un suo linguaggio al quale il paziente si deve conformare e adattare come uno scolaro.

Rogers vuole porre di nuovo al centro proprio il cliente, nella sua interezza e autenticità.

Infatti il cliente può essere davvero al centro solo nel momento in cui può essere se stesso, il più possibile e fino in fondo: questo si intende con autenticità.

Vediamo alcuni concetti fondamentali: autenticità, empatia, non direttività, non-giudizio

Autenticità: Rogers osserva e fa notare quanto le persone siano così poco se stesse, costrette a portare fin dall’infanzia delle maschere per piacere e per farsi accettare prima dai genitori e dalla famiglia allargata, poi dagli insegnanti, dai compagni di scuola, dalle autorità religiose e politiche, dagli amici, dai colleghi, insomma da tutti.

Dobbiamo considerare quanto ciò fosse ancora più forte nella prima metà del ‘900, anche negli USA, rispetto per esempio alla morale religiosa, sessuale, alla politica, ecc.

Ma la situazione per tante cose non è cambiata molto, in realtà.

Per esempio, anche se formalmente c’è una maggiore accettazione dell’omosessualità di fatto è ancora scomodo dichiararsi tali (almeno a che non si tratti di politici e vip vari), prima c’era una pressione religiosa sessuale a non praticare la sessualità prima del matrimonio, adesso talvolta pare esserci una pressione in senso contrario, ma pur sempre di pressioni si tratta, tutti si dichiarano contro il razzismo, ma in “Indovina chi viene a cena stasera” si mostra una donna bianca che presenta ai suoi genitori un fidanzato nero.

I genitori, che hanno sempre educato la figlia al rispetto altrui e alla tolleranza, non sono affatto contenti di questa scelta e alla fine devono rendersi conto che sono solo degli ipocriti con una riverniciata anti-razzista.

Come fa il terapeuta “rogersiano” a permettere nel suo cliente lo sbocciare della sua autenticità, cioè della sua natura più profonda, finora sempre repressa, e con essa dei suoi talenti, doti, creatività? Essendo non direttivo e non giudicante, accettandolo incondizionatamente, qualunque cosa egli manifesti.

Non-direttività: vuol dire non imporre al paziente una ricetta, qualcosa “che deve fare” per risolvere il suo problema o i suoi problemi. Poiché questa è la prassi normale, cioè che sempre tutti ci dicano cosa dobbiamo e non dobbiamo fare (al lavoro, a scuola, in ogni luogo pubblico) il terapeuta rogersiano non si pone su un piano di superiorità, accetta il cliente per quello che è, e si distingue da tutti gli altri proprio perché in tal modo gli permette di essere finalmente se stesso, finalmente autentico.

Soltanto in tal modo il paziente potrà scoprire, autonomamente, le proprie risorse e correggersi in quei comportamenti e atteggiamenti che mette in pratica e che gli si ritorcono contro.

Ma soprattutto, grazie a questa scoperta il cliente scoprirà gradualmente che può essere se stesso anche fuori delle sedute, sarà sempre meno “difeso” e si aprirà, sempre più, alla vita e agli altri.

Accettazione incondizionata/non giudizio: perché ciò avvenga il paziente deve essere avvolto in una “atmosfera non giudicante”, il terapeuta deve accettare l’altro per quello che è, non deve giudicarlo, altrimenti sarebbe solo l’ennesimo “modellatore”, l’ennesimo genitore, insegnante, prete, poliziotto, politico, moralista, giudice, opinion maker, che gli dice quel che deve e che non deve fare, quel che deve essere e che non deve essere.

Naturalmente queste idee sono entrate a far parte del bagaglio di molti psicologi e scuole psicologiche anche di diverso orientamento, e non solo della psicologia clinica.

Empatia: Capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo. (dalla Garzantina di Psicologia di Galimberti).

Viene da ev-pathos: “sentire (o soffrire) con”. (Sottinteso con l’altro).

Altro concetto fondamentale di Rogers e che ha permeato la pratica clinica ma anche educativa, in generale, da Rogers in poi.

Sottolineiamo infatti che sia Rogers, come già anche Viktor Frankl, hanno lavorato moltissimo con giovani e adolescenti a rischio e a disagio, oltre che naturalmente essere insegnanti universitari essi stessi il che li portava a insegnare e a verificare continuamente le loro idee nel rapporto diretto coi giovani. Entrambi hanno fondato centri di consulenza e di aiuto nelle scuole, nelle università, in ogni contesto educativo, che hanno riscosso grande successo nella prevenzione e diminuzione di comportamenti violenti, autolesivi, antisociali, e favorendo al contrario uno sviluppo armonico della personalità e delle potenzialità di tanti/e ragazzi/e e giovani che, non dimentichiamo, sono in realtà quelli per cui è ancora più facile cambiare e migliorarsi.

L’ottimismo e la fiducia: tutte le idee di Rogers si reggono naturalmente sul fatto che egli nutra sostanzialmente una grande fiducia nell’innata bontà dell’uomo. Quanto mai differente dalle idee di eros e thanatos di Freud, per cui, come egli dice ne “Il disagio della civiltà”, senza delle leggi, delle istituzioni e delle autorità che tengano a bada gli istinti aggressivi innati nell’uomo, la civiltà stessa non sarebbe neppure potuta sorgere e saremmo rimasti solo tanti branchi di scimmie che scorazzano per le praterie uccidendosi con ossa usate come clave (come in 2001 Odissea nello spazio) o al massimo con pietre levigate.

Per esprimere al meglio quest’idea mi piace chiudere citando proprio le parole di Rogers da p. 194 del libro citato, che sintetizzano in modo ottimale il progetto e le speranze di Rogers. Le pagine seguenti e quelle prima su Frankl danno un’idea complessiva del perché definiamo tutto ciò psicologia umanistica: seppure da autori diversi, ognuno originale e importante, tutti con la fiducia nell’essere umano, la realizzazione del suo massimo potenziale umano, il gusto di affrontare la vita con ottimismo, coraggio e responsabilità.

<<…Forse l’analogia con una calcolatrice elettronica non piacerà. Cercherò allora di tradurla in termini più umani riferendomi ancora ad alcuni clienti. Quando si aprono maggiormente a tutta la loro esperienza, scoprono sempre più possibile fidarsi delle proprie reazioni. Se sentono di esprimere ira, lo fanno, e scoprono di ottenere dei risultati soddisfacenti, dal momento che sono sensibili nella stessa misura a tutti gli altri loro desideri: di affetto, di attaccamento, di collaborazione e di relazione. Sono sorpresi della propria capacità intuitiva, nello scoprire le soluzioni comportamentali più adeguate di fronte a situazioni umane complesse e difficili. (…)

Solo più tardi si rendono conto di quanto originali siano le reazioni che danno luogo ad un comportamento soddisfacente.

LA PERSONA PIENAMENTE FUNZIONANTE
Vorrei provare, ora, ad abbozzare un quadro più unitario delle tre caratteristiche del processo della « vita piena ». È evidente dunque che la persona psicologicamente libera tende a funzionare in modo più completo. È capace di provare e di accettare pienamente tutti i propri sentimenti e le proprie reazioni. Utilizza in modo sempre più completo tutto il proprio organismo per cogliere e comprendere con la maggior precisione possibile la situazione esistenziale. Utilizza tutte le informazioni che il sistema nervoso è in grado di fornirgli: ma riconosce che l’insieme del suo organismo può essere, e spesso è, più saggio della sola coscienza. È capace di permettere all’organismo di funzionare liberamente in tutta la sua complessità e di lasciarsi guidare, fra le molteplici alternative, verso il comportamento che assicurerà la soddisfazione più completa e più autentica dei bisogni esistenti in un momento determinato. Ha fiducia del proprio organismo e del suo funzionamento, non perché lo creda infallibile, ma perché, essendo completamente aperto alle conseguenze di ogni decisione, può correggere quelle che si dimostrano inadeguate.

Una tale persona è dunque capace di vivere tutti i propri sentimenti senza sentirsi da essi minacciata, è giudice di se stessa, ma un giudice aperto e disposto a valorizzare tutti i dati da qualsiasi parte derivino; è integralmente impegnata nel processo di essere e di divenire se stessa, ed in tal modo scopre di essere profondamente e realisticamente sociale. Vive totalmente nel momento attuale, ma scopre, a lungo andare, che è quello il modo di vivere più soddisfacente. Diventa insomma un organismo che funziona pienamente, ma a causa della corrente di coscienza che fluisce liberamente nella sua esperienza, diventa anche una persona pienamente funzionante.

LIBERTÀ O DETERMINISMO: UNA NUOVA PROSPETTIVA (…)
La prima di queste implicazioni può non essere subito evidente. È in rapporto con la vecchia questione del « libero arbitrio ». Cercherò di analizzare la ragione per cui una tale questione mi si presenta ora sotto una luce nuova.
Mi sono trovato per molto tempo imbarazzato dal paradosso sempre vivo in psicoterapia, tra libertà e determinismo. Nella relazione terapeutica, per esempio, alcune delle esperienze soggettive più impressionanti sono quelle in cui il cliente avverte in sé il potere di compiere delle scelte radicali. È libero di diventare se stesso o di nascondersi dietro una facciata; di progredire o di retrocedere; di adottare comportamenti rovinosi per sé e per gli altri, o comportamenti produttivi. È libero di scegliere fra la vita e la morte, nel senso psicologico e fisiologico di tali termini. (…)

Potremmo dire che nella parte centrale del rapporto terapeutico il soggetto sperimenta la libertà più completa e assoluta. Vuole, o sceglie di seguire la condotta che rappresenta il vettore più economico in relazione a tutti gli stimoli interiori ed ambientali, poiché è quello il comportamento che si rivelerà veramente soddisfacente. Ma, da un altro punto di vista, si può dire che quello stesso comportamento è determinato da tutti i fattori presenti nella situazione esistenziale.
Confrontiamo questo quadro con quello del soggetto organizzato in modo difensivo. Egli vuole, o sceglie di seguire una data condotta, ma si accorge che « non può » comportarsi nel modo prescelto. È determinato dai fattori presenti nella situazione esistenziale, ma tali fattori comprendono il suo atteggiamento difensivo, il suo rifiuto, o la sua distorsione di alcuni dati significativi. Ne deriva che il suo comportamento non sarà pienamente soddisfacente: è determinato, senza dubbio, ma egli non è libero di fare una scelta effettiva. La persona pienamente funzionante invece non sperimenta solamente, ma utilizza la più assoluta libertà quando sceglie e persegue spontaneamente, liberamente e volontariamente ciò che, da un altro punto di vista, è determinato in modo assoluto.
(…) Mi sembra tuttavia significativo che quando la persona vive una « vita piena » sperimenta una libertà di scelta ed è capace di tradurre in comportamenti le sue scelte effettive.

LA CREATIVITÀ COME CARATTERISTICA DELLA « VITA IN ESPANSIONE »
Credo sarà chiaro che una persona implicata nel processo direzionale, che ho chiamato « vita piena », è un essere creativo. Per la sua apertura nei confronti del mondo, per la sua fiducia nella propria capacità di allacciare nuove relazioni con l’ambiente, è senza dubbio la persona da cui ci si può attendere uno stile di vita alacre e creativo. Non sarà necessariamente « adattato » alla cultura del suo ambiente e certamente non sarà un conformista. Ma in ogni epoca ed in ogni cultura saprà vivere in modo costruttivo, in armonia sufficiente con la propria cultura da trovare un giusto equilibrio delle proprie esigenze. In certi climi culturali potrà essere molto infelice, ma anche allora continuerà a « divenire » se stesso e a comportarsi in modo da soddisfare pienamente i propri bisogni più profondi.
Una persona di questo genere è, a mio parere, quella che gli studiosi dell’evoluzione considerano la più adatta a sopravvivere a condizioni ambientali instabili, in quanto è capace di adattarsi creativamente a condizioni vecchie e nuove. In breve essa rappresenta un degno precursore dell’avvenire umano.

La fondamentale « lealtà » della natura umana
Un’altra implicazione del punto di vista che ho esposto è la seguente: la natura fondamentale dell’essere umano, quando funziona liberamente, è costruttiva e degna di fiducia. È questa una conclusione che, dopo un quarto di secolo di esperienza psicoterapeutica, si impone inevitabile alla mia mente. Quando sappiamo liberare l’individuo da ogni atteggiamento di difesa, sì che sia aperto alla complessità dei suoi bisogni personali ed alla complessità delle richieste ambientali e sociali, possiamo essere sicuri che le sue reazioni saranno positive e costruttive, e che la sua condotta si orienterà nel senso del progresso. Non dovremo preoccuparci del problema della sua socializzazione, poiché una delle sue esigenze più profonde- sarà quella di incontrarsi e di comunicare con gli altri. Diventando più profondamente se stesso, diventerà più realisticamente socializzato. Non dovremo nemmeno preoccuparci di sapere chi controllerà i suoi impulsi aggressivi poiché in lui, aperto a tutti gli impulsi, il bisogno di essere amato dagli altri e la sua tendenza ad amare equilibreranno gli impulsi che spingono ad attaccare e ad accaparrare. Sarà aggressivo nelle situazioni in cui l’aggressività è realisticamente appropriata, ma non praticherà l’aggressione per se stessa. Il suo comportamento totale sarà equilibrato e realistico, sia nell’ambito sociale che in altri ambiti. Sarà un comportamento appropriato alla sopravvivenza e al miglioramento di un animale profondamente sociale
Dirò francamente che non condivido il punto di vista tanto diffuso secondo cui l’uomo è un essere tondamentalmente irraizionale i cui impulsi, se non fossero controllati, condurrebbero alla distruzione sua e degli altri. Il comportamento dell’uomo è invece squisitamente razionale e si orientata, con una complessità sottile e ordinata, verso le mete che l’organismo gli propone. Ciò che è tragico per la magior parte di noi, è che l’atteggiamento di difesa ci impedisce di renderci pienamente conto di tale razionalità, cosicché, mentre i dati a disposizione della coscienza ci orientano in una direzione determinata, l’organismo ci spinge nella direzione opposta.
Ma nel soggetto che vive una vita in continua espansione c’è un numero decrescente di tali barriere ed egli partecipa sempre più alla razionalità del proprio organismo. Il solo controllo esistente in lui, o che si rivelerebbe necessario in lui, è quello che serve a stabilire un equilibrio fra i bisogni mutevoli e diversi dell’organismo e ad individuare le linee di condotta capaci di soddisfare il più grande numero di bisogni. La ricerca della soddisfazione smodata di un bisogno (aggressivo o sessuale, per esempio, tale da mortificare la soddisfazione di altri bisogni (per esempio di amicizia, di tenerezza) che è molto comune nella persona organizzata in modo difensivo, è in lui fortemente diminuita. Egli partecipa alle attività auto-regolatrici immensamente complesse del proprio organismo, in modo tale da vivere in piena armonia con se stesso e con il proprio ambiente.

LA MAGGIORE RICCHEZZA DELLA VITA
Un’ultima implicazione che voglio citare è la seguente: questo processo di espansione presuppone una maggiore ricchezza che non il modo di vivere ristretto proprio della maggior parte di noi. Partecipare ad un tale processo significa essere implicati nell’esperienza, spesso spaventosa e spesso soddisfacente, di una vita più ampia, più diversa e mutevole, più ricca. Mi sembra che i clienti che hanno ottenuto dalla terapia i risultati più significativi vivano più intimamente i loro sentimenti di pena, ma anche più intensamente i loro sentimenti di gioia; che l’ira sia da essi percepita più chiaramente, ma altrettanto chiaramente sia percepito l’amore; che il timore sia un’esperienza da essi conosciuta più profondamente, ma altrettanto profondamente sia conosciuto il coraggio. E la ragione per cui possono vivere in modo così pieno ed ampio è costituita dal fatto che percepiscono se stessi come strumenti, sicuri e adatti, per affrontare la vita.
Credo sia evidente perché, secondo me, aggettivi come felice, contento, beato, piacevole, non siano del tutto adatti per descrivere quel processo che ho chiamato « la vita piena », anche se il singolo soggetto, nel corso di tale processo, sperimenta, in certi momenti, sentimenti di questo tipo. Gli aggettivi che mi sembrano più appropriati a descrivere la « vita piena » sono aggettivi come « stimolante », «rimunerativo », « pungolante », « significativo ». Sono convinto che il processo proprio della « vita piena » non sia adatto per i codardi. Implica la tensione e lo sforzo di realizzare sempre più le proprie potenzialità. Implica il coraggio di essere. Significa gettarsi completamente nella corrente della vita. La caratteristica più interessante degli esseri umani è proprio quella che, quando sono intimamente liberi, scelgono come soddisfacente e positivo questo processo di divenire. >>

                               da “La Terapia Centrata sul Cliente”, di Carl Rogers, ed. Psycho, pp. 190-195

11:30

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