Logiche non ordinarie nel cinema (dalla Tesi di Specializzazione in Psicoterapia)

LOGICHE NON ORDINARIE NEL CINEMA, UNO SPUNTO DI RIFLESSIONE

Essendo tra le altre cose anche appassionato di cinema, mi piacerebbe chiudere questo scritto con qualche osservazione sulle logiche non ordinarie nel cinema.

Ma prima di ciò è fin troppo ovvia una premessa. Naturalmente non è in una quindicina di film

che si può esaurire un simile argomento, visto che una rassegna esaustiva porterebbe, senza esagerare, a un’altra storia del cinema.

Sappiamo infatti che tutti noi, psicologi e non, psicoterapeuti e non, colti e ignoranti, viviamo e seguiamo spesso logiche non contraddittorie, aletiche e paraconsistenti, che lo sappiamo o no, che ce ne rendiamo conto o no, anche se, proprio a proposito di costruttivismo, la filosofia dominante, la politica, il sistema giuridico, industriale, e persino i tre grandi monoteismi a cui essi risalgono e afferiscono, cercano sempre di persuaderci e convincerci che l’unica logica possibile, giusta, anzi, l’unica logica tout court, sia quella aristotelica e del terzo escluso, giusto vs sbagliato, salvo poi parlare di tolleranza… tolleranza appunto di ciò che non collima con la nostra visione, cultura, società.

Ma noi sappiamo che così non è, anzi, tutt’altro. A ben guardare persino la storia di Edipo, il mito sul quale Freud costruisce fonda il suo monumento per eccellenza alla logica lineare e contemporaneamente al modello medico, persino l’Edipo, come fa notare Giorgio Nardone, è un emblema della logica non ordinaria e della ricorsività, in quanto è proprio la profezia autoavverantesi di incesto e parricidio che porta Laio ad abbandonare il figlio, particolare fondamentale ma emblematicamente sempre omesso e trascurato.

Si può dire che in un certo senso viviamo in un mondo culturale lineare, incapace per ciò stesso, di affrontare il mondo nella sua complessa circolarità, come insegnano le guerre in teoria per reprimere il terrorismo che invece lo fanno crescere in modo esponenziale, il proibizionismo che produce trasgressività, l’insegnamento della cultura che provoca il suo rigetto, ecc. ecc., come evidenzia sagacemente lo stesso Watzlawick ne “L’Illusione dell’illusione”. (In “Guardare dentro rende ciechi”).

Tutto ciò solo per sottolineare che, a parte di questi pochi titoli, soltanto indicativi, il cinema,  per essere grande cinema dev’essere, per definizione, suggestivo, ipnotico, incisivo, musicale,

ma anche sottile, delicato, e quotidianamente e da sempre sui nutre e racconta di stratagemmi, di battute fulminanti, di metafore, di aneddoti, di giochi di prestigio, di paradossi e di contraddizioni, in una parola, di tutto ciò che è utile a “toccare gli occhi, cambiare il cuore”.

1) “A Beautiful Mind”, USA 2001, REGIA: Ron Howard

ATTORI: Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ed Harris, Paul Bettany, Christopher Plummer.

Beautiful mind è la storia di John Nash, un fisico premio Nobel sofferente di gravi problemi psichici, ma non è questo che ci interessa in questa sede. 

Citiamo questo film per la scena del ballo, una delle più belle e interessanti del film.

Qui vediamo quattro studenti universitari in un locale che osservano cinque belle ragazze, ma tra le quali spicca a giudizio di tutti una splendida bionda dal nasino alla francese.

Naturalmente tutti vorrebbero “vincere” la bionda.

Improvvisamente Nash-Crowe afferma:

Nash: Adam Smith va rivisto.

Amico: Ma di che cosa stai parlando?

Nash: Se tutti ci proviamo con la bionda, ci blocchiamo a vicenda. Nessuno di noi se la prende. Allora ci proviamo con le amiche, ma tutte loro ci voltano le spalle perché a nessuna piace essere un ripiego. Se invece nessuno ci prova con la bionda, non ci ostacoliamo a vicenda, e non offendiamo le altre ragazze.

E’ l’unico modo per vincere. L’unico modo per tutti di scopare.

Adam Smith ha detto che il miglior risultato so ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che  è meglio per sé, giusto?

Amico: Giusto.

Nash: Incompleto, incompleto. Il miglior risultato si ottiene, quando ogni componente del gruppo farà ciò che è meglio per sé, e per il gruppo.

Amico: Se è un sistema per essere l’unico a provarci tu con la bionda, vai all’inferno.

Nash: Dinamiche dominanti signori, dinamiche dominanti. Adam Smith… si sbagliava.

Ricorda, in qualche modo, il suggerimento a Re Artù di far scontrare il suo terzo campione contro il primo degli avversari, del suo secondo contro il terzo, del suo primo campione contro il secondo degli avversari.

2) “Schindler’s List”, USA 1993, REGIA: Steven Spielberg, ATTORI: Liam Neeson, Ben Kingsley, Ralph Fiennes, Caroline Goodall, Jonathan Sagalle.

Ne “La lista di Schindler” il protagonista si pone per tutto il film in posizione one-down strategica rispetto alle belve naziste, persino iscrivendosi al partito nazionalsocialista, e solo così riesce a salvare, fingendo di collaborare con loro, centinaia di ebrei.

Un aspetto interessante è che egli non è fin dall’inizio un missionario che si propone di fare del bene a chicchessia. Anzi, inizialmente egli si presenta come un viveur, un mercante godereccio che cerca solo di spassarsela e di trarre vantaggio persino dalla guerra in corso. Ma forse proprio per questo, per la sua eccezionale normalità, il protagonista è quanto mai distante da ogni forma di propaganda, politica, nazionalista, religiosa, e lo è altrettanto dalla martellante campagna anti-ebraica. Così, quando la vita lo pone brutalmente nella condizione di schierarsi tra i carnefici o i salvatori, egli riesce, proprio fingendosi carnefice lui stesso, a salvare più vite di quante sarebbe riuscite a salvarne se si fosse nascosto e avesse opposto una resistenza attiva.

Ricorderò solo alcune scene del film, che mi paiono alquanto interessanti.

  1. La scena del ristorante, in cui lui offre champagne e regali e solidarizza con tutti gli ufficiali nazisti, per intraprendere agevolmente i suoi affari approfittando della guerra, scena in cui non appare alcun intento salvifico ma al contrario puramente mercantile.
  2. Lui assiste dalla collina al primo massacro, in quel momento si rende conto che può fare qualcosa di più che rimpinguarsi le tasche.
  3. Il protagonista discute con Ralph Fiennes, che impersona un mostro che si diverte a sparare ai prigionieri dal balcone usandoli come tirassegni, col quale, strategicamente, ha “fatto amicizia”. Egli sa che, come tutti gli omuncoli servi di un qualsivoglia regime desiderano il potere “esteriore” per compensare il potere che non hanno in alcun modo sulla loro stessa vita.
  4. Così cerca di convincerlo che perdonare un uomo, come insegnavano gli imperatori romani, è la più grande dimostrazione di potere che possa esserci. Si esprime con lui in modo retorico e suggestivo, fingendo per lui ammirazione, e che questa ne verrebbe persino accresciuta se potesse imitare una tale regalità: perdonare come perdonava un antico imperatore. Cosa che in un primo tempo pare anche sortire qualche effetto, perché il mostro perdona un furto di galline, ma in un secondo tempo l’effetto purtroppo svanisce, quando un ragazzo prigioniero ne fa una troppo grossa per non essere ucciso, lavando la sua vasca col prodotto sbagliato.

Amon: Più la guardo, non è mai ubriaco, questo è vero controllo, il controllo è potere, questo è il potere.

Oskar: E’ per questo che ci temono.

Amon: Abbiamo il potere di uccidere. Per questo ci temono.

Oskar: Ci temono perché abbiamo il potere di uccidere arbitrariamente. Un uomo commette un reato, doveva pensarci, lo facciamo uccidere e ci sentiamo in pace. O lo uccidiamo noi stessi e ci sentiamo ancora meglio. Questo non è il potere però. Questa è giustizia. E’ una cosa diversa dal potere. Il potere, è quando abbiamo ogni giustificazione per uccidere, e non lo facciamo.

Amon: E’ questo il potere?

Oskar: L’avevano gli imperatori questo. Un uomo ruba qualcosa, viene portato davanti all’imperatore, si lascia cadere per terra tremante, implora per avere pietà. E’ conscio che sta per andarsene. (Pausa e abbassando la voce, in un sussurro) E l’imperatore, lo perdona invece. Quell’uomo immeritevole, lo lascia libero.

Amon: Credo che lei sia ubriaco.

Oskar: Amon, questo è il potere. (Suggerisce una metamorfosi) ‘Amon, il buono’!

Schindler entra talmente in confidenza con gli assassini del campo di sterminio da permettersi delle libertà inaudite in quei frangenti, ma può farlo perché loro continuano a interpretare le cose dal loro punto di vista.

Così quando durante una cerimonia in una festa ebraica tra i “suoi” lavoratori–schiavi una ragazza ebrea gli dà un bacio di sincero affetto, perché sanno che è il loro salvatore, e lui verrà accusato di essere amico degli ebrei, il più mostruoso dei suoi “amici” nazisti, ancora Amon, lo giustifica agli occhi dei superiori con queste parole:

Amon: “Non doveva farlo, ma… lei non ha visto quella ragazza! Io ho visto quella ragazza, quella ragazza era… oh… era molto, molto carina. Ti fanno un maleficio, sa, queste ebree, quando lavori accanto a loro come faccio io, è un loro hobby, hanno questo potere, è come un virus, alcuni miei uomini vengono contagiati da questo virus, andrebbero compatiti, non puniti. Andrebbero curati invece, perché è come se avessero il tifo, lo vedo continuamente”.

Ancora più interessante, quando alcuni vagoni merci colmi di ebrei sono in partenza per Auschwitz, Schindler capisce che non può fare altro che cercare di dissetarli sparando acqua a pioggia su tutto il treno con delle manichette. S’ingegna e impartisce persino degli ordini ai soldati per dare a quei poveretti quest’ultima consolazione prima della fine, e tutto questo davanti ai gerarchi che li stanno mandando alle camere a gas.

Questi restano così sbigottiti di fronte a un gesto per loro così assurdo che non possono fare altro che scoppiare a ridere di fronte a tanto ridicola umanità, e significativamente Amon (Ralph Fiennes) afferma: “Questa… è crudeltà!”

A ben guardare nell’economia della sceneggiatura è un’asserzione molto profonda e realistica. Dal punto di vista dei carnefici, darsi da fare per provare a dissetare   prima della partenza quelle centinaia di uomini donne e bambini destinati al macello era solo un prolungare la loro agonia, un’illusione di salvezza e di un’umanità che non avrebbero più incontrato.

Alla fine Schindler, che si trova costretto ad accettare nel “suo campo” anche dei soldati armati, quando il reich ha firmato la resa e gli “Alleati” stanno per liberarli, gioca un ultimo azzardo. Riunisce in un capannone tutti i suoi prigionieri lavoratori e anche i soldati, che naturalmente stanno sempre fisicamente in una posizione da cui controllare, dominare e eventualmente massacrare chi vogliono. Egli recita queste parole:

Oskar: “La resa incondizionata della Germania è stata appena annunciata. A mezzanotte la guerra finirà ufficialmente. Domani inizierete a cercare le notizie dei sopravvissuti delle vostre famiglie, nella maggior parte dei casi non li troverete. Dopo sei lunghi anni di omicidi, le vittime avranno il cordoglio di tutto il mondo. Noi siamo vivi. Molti di noi sono venuti da me a ringraziarmi. Ringraziate voi stessi. Ringraziate l’impavido Stern, e alcuni altri che preoccupati per voi hanno affrontato la morte in ogni istante. Io sono un membro del partito nazista. Sono un fabbricante di munizioni, sfruttatore del lavoro di schiavi. Io sono un criminale. A mezzanotte voi sarete liberi, e io braccato. Rimarrò con voi fino a cinque minuti dopo la mezzanotte, allo scadere dei quali, e spero mi perdonerete, dovrò fuggire.

Si rivolge ora ai soldati sui soppalchi:

So che avete ricevuto ordini dal vostro comandante, che a sua volta li ha ricevuti dai suoi superiori di eliminare la popolazione di questo campo. (Illusione d’alternativa):

Questo è il momento di farlo. Eccoli. Sono tutti qui. E’ la vostra opportunità. (Pausa)

Oppure, potete andarvene, e tornare alle vostre famiglie da uomini”.

A uno a uno, i soldati se ne vanno.

Significativamente, Spielberg fa pronunziare al protagonista questo discorso con ancora indosso la spilla del partito nazista, per sottolineare che ha potuto salvare i suoi protetti solo grazie al suo falso allineamento nei ranghi dei carnefici fanatici.

3) “La vita è bella”, It. 1997, di e con Roberto Benigni

Come ha affermato recentemente Camillo Loriedo nell’ultimo convegno sui disturbi di personalità ad Arezzo (16-17 novembre 2008), il papà Guido costruisce attorno al bambino una realtà ipnotica in cui il campo di concentramento è solo un gioco, per quanto duro e difficile, un gioco nel quale non sono in palio la vita e la morte, ma la vincita di un carro armato.

Egli inserisce tutto ciò che avviene in una cornice diversa, salvando il bambino dal terrore e dall’angoscia, e motivandolo a combattere e a vincere.

4) “Mare Dentro”, (Mar Adentro), Spagna 2005, REGIA: Alejandro Amenàbar,

ATTORI: Javier Bardem.

“Mare dentro” documenta la storia vera di Ramon Sampedro, un tetraplegico spagnolo, completamente paralizzato, che desiderava morire, ma data la sua condizione, non gli era possibile farlo senza l’aiuto di altri. Aiuto che naturalmente sarebbe stato severamente punito dalla legge “thanatofobica”, in quanto considerato omicidio. Ebbene, come in una sorta di sciopero bianco (altra modalità strategica di mettere in scacco l’avversario) lui e l’associazione per la buona morte di cui fa parte decidono, per infrangere il tabù, senza violare la legge, di mettere a punto un avvelenamento frazionato in più parti.

L’ultima scena del film registra in modo efficace, con le parole originali del vero Ramon, tutta la sequenza, che esplicita proprio l’intenzione, con questa manovra, di rendere impossibile ogni persecuzione giudiziaria ai diversi amici che lo aiutarono nel suo gesto. Riportiamo il monologo finale.

Ramon: “Qualunque sia la risposta delle vostre coscienze, sappiate che per me questo non è vivere con dignità. Io avrei desiderato almeno morire con dignità. Oggi, stanco della indifferenza delle istituzioni, sono obbligato a farlo di nascosto, come un criminale. (Scena della bilancia col cianuro). Voi dovete sapere che la meccanica che porterà alla mia morte è stata scrupolosamente suddivisa in piccole azioni, (cianuro mescolato nell’acqua) ognuna delle quali non costituisce reato, ognuna compiuta da una diversa mano amica. (Cannuccia messa nel bicchiere) Se comunque, lo Stato insiste a punire chi mi ha aiutato, (viene sistemato un ripiano per appoggiare il bicchiere a portata del protagonista), io suggerisco il taglio di quella mano, perché quello è stato l’unico contributo. (Viene appoggiato il bicchiere). La testa, cioè voglio dire, la coscienza, l’ho messa io. Come potete vedere, vicino a me c’è un bicchiere d’acqua, che contiene una dose di cianuro di potassio. Una volta bevuta avrò cessato di vivere, rinunciando al mio bene più prezioso, il mio corpo. Io ritengo che vivere sia un diritto, non un obbligo, come è stato nel mio caso. (…)

5) “Il Padrino – Parte II” (The Godfather, Part II), USA 1974, REGIA: Francis Ford Coppola, ATTORI: Al Pacino, Robert De Niro, Diane Keaton, Robert Duvall.

Ne “Il Padrino” troviamo un altro suicidio-omicidio, o meglio omicidio-suicidio, molto interessante da un punto di vista psicologico.

Il boss americano Franky Bertangeli è un prezioso testimone contro Michael Corleone, a conoscenza di tutti i suoi crimini decennali. Dev’essere ucciso, ma è superprotetto dalla FBI e dalla polizia militare e non lo si può uccidere coi sistemi comuni. Tom, l’avvocato e delfino di Michael, va a trovare nel carcere-hotel Franky Bertarelli.

La scena comincia proprio con la perquisizione di Tom da parte della polizia militare. Nonostante l’appartenenza dei due a famiglie ormai contrapposte, i due discutono amichevolmente. Il dialogo è un piccolo straordinario saggio di psicologia mafiosa. Ogni mafia, in particolare quella siciliana e le sue dirette filiazioni, hanno fatto da sempre della strategia uno stile di vita, per le continue alleanze e rotture tra famiglie, e le relative mediazioni, sia per evitare una guerra di mafia, sia per porvi fine. Si aggiunga a ciò il continua accordo/mediazione con la politica, la magistratura, la grande economia, per non essere disturbata e per ingrandire i propri affari. Basti pensare al motto della mafia che è tipicamente strategico: “Calati iuncu, ca passa a’ china”. (Abbassati, giunco, finché passa la tempesta). Riportiamo il bellissimo e sottile dialogo tra i due.

Tom: E’ tutto a posto Franky, di che ti preoccupi?

Franky: E mio fratello è ripartito?

Tom: Sì, che paura hai?

Franky: E’ dieci volte più duro di me, mio fratello. All’antica è fatto lui.

Tom: L’ho visto. Neanche a cena voleva andare dopo l’udienza. A casa subito.

Franky: Mio fratello è così. Niente al mondo lo strapperebbe da quel suo villaggio di quattro case. Se fosse qua pensa che famiglia che ci avrebbe.

Tom: Eh sì.

Franky: Tom. Dimmi che devo fare.

Tom: Franky, tu ti sei sempre interessato alla politica, alla storia. Ricordo come parlavi di Hitler nel ’33.

Franky: Anche ora. Leggo sempre roba di Hitler. Ne ho trovati un sacco di libri là dentro.

Tom: Tu stavi sempre intorno ai veterani, quando fantasticavano su come organizzare le famiglie. E copiavano le gerarchie delle legioni di Roma antica. Caporegime, soldato… E funzionava.

Franky: Eh sì, funzionava. Erano giorni gloriosi quelli, ci pensi? Proprio come un impero romano eravamo. I Corleone formavano una specie di impero romano. Eh…

Tom: Eh sì… tutto passa. (Pausa) Franky… quando un complotto contro l’imperatore falliva, una possibilità veniva lasciata ai congiurati, perché le famiglie conservassero i loro beni. (Batte la mano sulla spalla).

Franky: Eh già, ma solo per i congiurati grossi Tom, per i meschini c’era la confisca, e i loro beni andavano all’imperatore. A meno a che, i colpevoli non si ammazzavano con le mani loro. Allora tutto andava a posto. Loro morivano, e le loro famiglie venivano risparmiate.

Tom: Non ti pare accettabile, come soluzione?

Franky: Oh no. Appena tornavano a casa, sedevano in un bagno caldo, si bucavano le vene, e aspettavano la fine. Qualcuno prima della funzione dava pure una festicciola.

Tom: (Gettando via il sigaro e stringendogli una  mano con entrambe le sue, come per sancire l’accordo concluso). Non preoccuparti di niente, Franky Bertangeli.

Franky: Grazie Tom, grazie. (Franky se ne va dal carcere). Ciao Tom.

Tom: Addio Franky.

Franky: Grazie.

Naturalmente, Franky verrà trovato suicida con le vene tagliate nella vasca da bagno.

6) “Gli intoccabili” (The Untouchables), USA 1987, REGIA: Brian De Palma,

ATTORI: Kevin Costner, Sean Connery, Robert De Niro, Andy Garcia,

Il tema della mafia ci porta brevemente a ricordare un altro episodio storico-sociologico, più che cinematografico, anche se ben documentato nel film con Sean Connery e Kevin Costner. Il gangster Al Capone fu messo in carcere per lungo tempo, fino ad ammalarsi e morire demente, non per il reato di criminalità organizzata, che gestiva e su cui lucrava fior di milioni di dollari, ma per evasione fiscale. Se non fosse stato vero, forse neppure gli sceneggiatori USA sarebbero riusciti a immaginare una storia così paradossale.

7) “Amici miei – Atto III”, It. 1985, REGIA: Nanni Loy, ATTORI: Ugo Tognazzi, Adolfo Celi, Renzo Montagnani, Gastone Moschin, Bernard Blier

In “Amici Miei” Atto III dei vecchi goliardi convincono un loro coetaneo, ospite di una casa di riposo, a fare un “rito satanico” durante il quale il vecchio avrebbe riavuto in dono la giovinezza. Naturalmente il rito è un’emerita buffonata, durante la quale i gastone Moschin, Adolfo Celi e compagni a stento si trattengono dalle risate.

Grande è la loro sorpresa quando il vecchio, davvero convinto di essere ridiventato giovane, se ne va in bei paesi esotici a spassarsela e invia loro le sue foto mentre si fa abbracciare da quattro bellissime fanciulle. “Una realtà inventata che crea effetti concreti”.

Certo, questo non salva il vecchio dall’infarto, almeno nel film, ma saggiamente uno dei quattro osserva: meglio morto così che in quell’ospizio.

8) “La Grande Guerra”, It.-Fr. 1959, REGIA: Mario Monicelli, ATTORI: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Romolo Valli.

Ne “La Grande Guerra” Vittorio Gassman e Alberto Sordi interpretano per tutto il film il ruolo di due disertori, due vigliacchi che hanno come unico pensiero quello di salvarsi la pelle. Nella loro fuga per i campi circostanti i luoghi delle battaglie trovano due cadaveri di austriaci, e per difendersi dal freddo ne indossano i cappotti. Così, quando gli austriaci li catturano, possono fucilarli, secondo le leggi di guerra, in quanto spie.

Ma gli concedono un’opportunità. Pur essendo le ultime ruote del carro dell’esercito italiano, i due sanno dove questo costruirà un ponte di barche per attraversare il Piave.

E’ un’informazione che può determinare l’esito stesso dello scontro. Perciò li sottopongono a questa scelta: o dargli questa informazione, o essere fucilati come spie.

Riportiamo l’ultimo passo del film.

I due vengono portati davanti all’ufficiale austriaco.

Ufficiale: “Comunicato al mio comando che prego voi farmi sapere luogo di ponte di barche. Dimelo dunque! Prego non sprecare vostre parole per negare ciò! Aggiungo a quelo che ho detto, che se voi non mi comunicate il posto del ponte dele barche faccio voi immediatamente fucilare. Vostra falsa divisa mi consente di fare ciò”.

Si rivolge al sergente in tedesco. Sordi strattona Gassman per il braccio.

Gassman: E stai buono! Scusi, (con accento emiliano) permette un momento?

Ufficiale: Prego.

Gassman: Vacca boia! E allora?

Sordi: Come allora? Allora che?

Gassman: E va bé, domando no?

Sordi: Che se volevano fa ammaza? Io glielo dico…

Gassman: Aspetta un momento!

(Ordini in tedesco che preparano l’esecuzione)

Sordi: Nnamo, (Spingendo Gassman)

Gassman: Sior, noi avremmo deciso, è vero?

Sordi: Sì sì…

Gassman: Che va bene, glielo diciamo.

L’ufficiale si rivolge in tedesco al collega, chiedendogli di prendere la mappa.

Il collega si mette a parlare di “coraggio”.

Ufficiale: “Coraggio? (Ride) Fegato dicono! Quelli conoscono solo il fegato alla veneziana con cipolla. E presto mangeremo anche noi quello! Dunque, dove?

Gassman: (Esitazione). No dico, cosa c’entra questo?

Ufficiale: Prego?

Sordi: A Giovà?! (si chiama Giovanni)

Gassman: Stai buono! (Avvicinandosi all’ufficiale) E allora, senti un po’! Visto che parli così: mi te disi proprio un bel nient! Hai capito? Faccia de merda!

L’ufficiale, incazzatissimo, lo fa portare immediatamente via. Andandosene con fierezza, Gassman strizza l’occhio a Sordi.

Sordi si avvicina alla finestra, vede dalla finestra il compagno mentre lo fucilano.

Sordi: Aho, ma che siete matti? Ma che s’ammazza così la gente?

Ufficiale: E allora?

Sordi: E mò chi ve lo dice dove lo fanno il ponte di barche. Lo sapeva solo lui io non so niente. Che glie dite voi al comando?

Ufficiale: E allora?

Sordi: Eh? E allora che? Mah… voi credete… ma scusi lei credeva che io ce lo sapessi?

Io non so niente nsò… io non so niente.

L’ufficiale fa cenno di portare via anche lui.

Sordi: (Mentre lo trascinano) Capitano, io stavo alla sanità, stavo. Non so niente. A noi soldati non ce dicono mai niente. Ma che ce le vengono a dire a noi, sté cose? Non so niente sior capitano. Non so niente. Non so niente.

L’ufficiale si fa accendere il sigaro e contempla la scena dalla finestra.

Sordi: (Davanti al plotone) No, no, io ci ho paura ci ho…

Mentre vengono impartiti gli ordini al plotone d’esecuzione, urla all’ufficiale:

Sordi: Io non so niente! Ve lo direi. Io so’ un vigliacco! Lo sanno tutti! Fucilazione.

Gassman, che un attimo prima aveva accettato di parlare per salvarsi, evidentemente condannando al macello migliaia di connazionali, non sopporta però il trionfalismo arrogante di quel “crucco”, che li bolla come vili, viltà effettivamente presente fino a quel momento. Ma l’asserzione dell’ufficiale austriaco cambia tutto, spinge Gassman a cambiare idea in modo risoluto. Senza rendersene conto, gli ufficiali sono riusciti a provocare l’effetto contrario, riaccendendo l’orgoglio che covava nel disertore, non importa se orgoglio di uomo o orgoglio di italiano, o entrambi.

Gassman si farà fucilare pur di non dare ragione al nemico, e Sordi, che interpreta un personaggio ancora più codardo, accetterà anche lui la stessa sorte, perché a quel punto si rende conto che vanificherebbe il gesto dell’amico, appena fucilato, e col quale fino a quel momento ha condiviso fughe, dolori, e la speranza di uscirne vivo.

In una logica lineare la sequenza è del tutto irragionevole.

Farsi fucilare solo per non darla vinta a un soldatino arrogante che ci dà del vigliacco, dopo che per tutto il tempo non si è fatto altro che scappare.

Eppure sappiamo che nella realtà è una scena plausibile e persino verosimile.

9)“Ci sarà la neve a Natale”? (Y’aura-t-il de la neige a Noël?) Fr. 1996, REGIA: Sandrine Veysset, ATTORI: Dominique Reymond, Daniel Duval.

Questo film, abbastanza duro e pesante, racconta per tutta la sua durata l’estenuante e disperata vita di una donna contadina, sola, con quattro figli, tra miseria, deprivazioni varie e abusi sessuali.

Non si capisce davvero cosa c’entri la neve, si chiede lo spettatore, per tutto il tempo.

Nell’ultima scena, quando ogni spettatore sano di mente si è ormai addormentato, se ne è andato o ha spento, come in una fiaba sufi avviene il capovolgimento, il riscatto finale.

Mentre i figli dormono, la donna decide di ucciderli e di suicidarsi aprendo il gas.

Ma passando dalla finestra vede che finalmente cade la neve, com’era nella speranza dei suoi bambini piccoli. In un effetto catastrofe, basta questo per cambiare tutta la prospettiva.

La sua tragedia personale viene inserita in una nuova cornice, che le fa vedere tutto con occhi diversi. Sveglia i bambini urlando, spalanca la finestra. La neve le ha dato una nuova speranza.

10) “Cynderella Man”, U.S.A., 2005, REGIA: Ron Howard, ATTORI: Russell Crowe.

In Cynderella Man, la storia del pugile James J. Braddock, il suo allenatore durante una delle ultime riprese non fa sedere il protagonista, e lui accetta questo ulteriore supplizio nel supplizio, per dare al concorrente l’impressione di non aver neppure bisogno di sedersi. La situazione ricorda, mutatis mutandis, il vecchio aneddoto della città assediata che, ormai allo stremo, getta dalle mura l’ultimo bue per fingere di potersi permettere un assedio ancora lungo, riuscendo a far desistere i nemici, che se ne vanno.

11)“Léon”, Fr. 1994, REGIA: Luc Besson, ATTORI: Jean Reno, Natalie Portman, Gary Oldman, e

12)“The Silence of the Lambs”, USA 1991, REGIA: Jonathan Demme, ATTORI: Jodie Foster, Anthony Hopkins, Scott Glenn.

Sia in “Leon” che ne “Il Silenzio degli innocenti” i due protagonisti, il primo “buono”, il secondo “cattivo”, riescono a scappare da una stanza di un palazzo assediato e pieno di poliziotti e soldati lì per catturarli. Come fanno? Applicando uno stratagemma. Come in un gioco di prestigio, riescono a sostituirsi a uno dei poliziotti feriti, e a mettere un poliziotto (morto) al posto loro. Cambiano gli abiti, e nel Silenzio degli innocenti Anthony Hopkins ritaglia con un coltello la faccia del poliziotto, se la applica sul viso come fosse una maschera, mentre devastando a suo piacimento il viso di un altro poliziotto, vestito coi suoi stessi abiti, “sostituisce se stesso”. In più, fingendosi gravemente feriti, entrambi riescono ad azzerare ogni esitazione o riflessione dei poliziotti, che si trovano nell’emergenza di dover far portare via, per farli soccorrere, quelli che credono dei loro colleghi. In tal modo entrambi riescono a fuggire da un palazzo intero assediato da migliaia di poliziotti e soldati con tanto di carri armati e chi più ne ha più ne metta, in perfetto stile hollwoodyano.

E’ una specie di far rimettere al nemico la scala in soffitta e farsi portare via senza che se ne accorga, oppure, se vogliamo essere un po’ ironici, un modo di “cambiare sempre rimanendo gli stessi”.

13)“La Sfera” (Sphere), USA 1998, REGIA: Barry Levinson, ATTORI: Dustin Hoffman, Sharon Stone.

Ne “La Sfera” un’equipe di scienziati e militari si trova in fondo all’oceano a studiare una strana sfera apparentemente di provenienza aliena. Cercando di capire come sia fatta e a che serva questa sfera, molti di loro soccombono, nelle modalità più diverse.

Finché i superstiti, Sharon Stone, Dustin Hoffman e Samuel Jackson capiscono che ognuna delle vittime aveva visto e trovato nella Sfera, morendone, proprio ciò di cui aveva più paura, proprio come nella Stanza 404 di orwelliana memoria (1984).

Potrebbe essere una buona metafora del costruttivismo radicale. Nel film, come dice Salvini: “Ognuno subisce la realtà che si costruisce”.

Riportiamo il trialogo finale.

Beth: Siamo intrappolati qui dentro da quasi tre giorni. Quelli vogliono di sicuro qualche spiegazione. Sarà meglio concordare quello che diremo.

Harry: Meduse assassine, calamari, serpenti marini, e un essere alieno sotto forma di una gigantesca e simbolica palla dorata… per favore…

Beth: Sì, ma abbiamo distrutto cento milioni di dollari di equipaggiamento là sotto. Ci sono stati dei morti. Questi vorranno delle risposte. Che cosa avete intenzione di dire?

Norman: Harry, perché non siamo morti?

Harry: Come?

Norman: Ti ricordi che cosa hai detto? Il futuro non può essere cambiato.

Harry: E’ così.

Norman: Già, ma sull’astronave hanno scritto: “registrazione evento ignoto”, ignoto, come se noi non fossimo mai arrivati qui, vivi, per raccontare il fatto, tu dicevi che non saremmo sopravvissuti, ricordi? Se non si può cambiare il futuro, noi dovremmo essere morti. Ma siamo vivi. Non siamo morti.

Beth: Già, e fra meno di due minuti ci ritroveremo in una stanza piena di militari. E loro sanno della sfera. Sappiamo che Barnes ha comunicato con loro prima che perdessimo il contatto con la superficie. Mo dite cosa raccontiamo?

Harry: Ma che importa? La sfera è distrutta.

Beth: Però, noi abbiamo ancora i poteri, dico bene? Io non lo so se è giusto affidarmi a loro e francamente non so neanche se fidarmi di voi due. Ma una cosa mi è chiara: io non voglio smettere di dormire per paura di svegliarmi, avendo magari realizzato qualche incubo e ritrovandomi chissà quale mostro in giro per casa.

Harry: Un pensiero spaventoso.

Beth: Sì, terrificante. Allora, se abbiamo ancora quei poteri, come vogliamo usarli? Loro cosa ne farebbero?

Harry: Vuoi dire che ti preoccupa quello che potrebbe succedere se cadessero nelle mani sbagliate?

Beth: Già, e francamente non so nemmeno che cosa sarebbe peggio. Davvero, non so quali siano quelle sbagliate.

Norman: Siamo noi le mani sbagliate, chiaro? L’abbiamo dimostrato. Cioè, ragazzi, di sicuro noi siamo tre persone illuminate. Siamo intelligenti, ci comportiamo da persone educate, civili, ma quando è toccato a noi abbiamo materializzato quanto di più meschino, distorto, vendicativo e paranoide ci sia passato per la mente. E’ andata così giusto?

Beth: Allora sei convinto che li abbiamo ancora i poteri?

Harry: Ma certo che abbiamo ancora il potere. Ed ecco la soluzione dell’equazione. Non possiamo cambiare il futuro, non siamo morti, ma loro non lo sanno. Perché?

Norman: Non ti seguo più.

Harry: Perché noi abbiamo il potere di dimenticare.

Norman: Di dimenticare?

Harry: Già.

Beth: Vuoi che decidiamo di dimenticare?

Norman: Aspettate un momento, fermi, fermi fermi. Siamo sicuri che vogliamo dimenticare tutto?

Harry: Sì!

Norman: E insomma questa è la più grande scoperta nella storia dell’umanità e noi ci diamo una pennellata di bianchetto come fosse un errore di battitura?

Harry: Norman. Ne sono sicuro.

Norman: Tu che cosa ne pensi Beth?

Beth: Cosa ti prende Norman?

Norman: E’ un tantino dura rinunciare…

Beth: Certo.

Norman: …A qualcosa che potevamo avere. Questo dono, il potere di materializzare i nostri sogni. Ci viene dato il più grande dono nella storia dell’umanità. Ci viene data questa sfera magica, la quale ci dice: “Immagina quello che vuoi, e lo potrai avere”. E’ uno straordinario dono, ma noi siamo così primitivi che… che l’abbiamo materializzata e messa al servizio della parte peggiore che abbiamo di noi anziché al servizio della parte migliore che è in noi. E questo cosa dimostra?

Harry: Che non eravamo pronti, Norman.

Norman: Noi abbiamo quello che si dice immaginazione. Voglio dire: ma guardate di che cosa siamo capaci… possiamo… ma è vero. Non siamo ancora pronti.

La sfera è certo, tra le altre cose, soprattutto un simbolo della mente. La cancellazione di quello che va dimenticato ricorda “L’Uomo di Febbraio”, di Milton Erickson.

La nostra speranza è riuscire a insegnare le possibilità positive di questa sfera, che ancora in molti disconoscono, materializzando invece, come nel film, solo i proprio incubi e paure.

14) “Lassù qualcuno mi ama”, (Somebody Up There Likes Me), USA 1956, REGIA: Robert Wise, ATTORI: Paul Newman, Steve McQueen.

Rocky Graziano è un pugile italo-americano proveniente dai bassifondi di New York, ex-ladruncolo e disertore, che viene disonorato dai giornali che schiaffano in prima pagina tutto il suo passato. Lui si rinchiude in un vittimismo paranoico che lo porta a sfuggire da ogni impegno e difficoltà, e a recriminare su tutto e tutti. Il suo manager, per paura che Rocky faccia saltare l’incontro, è sempre accondiscendente, ma in tal modo, senza rendersene conto, anche lui lo fa sprofondare sempre più. La moglie è la prima a spezzare questo circolo vizioso, ma forse in modo ancora troppo forte per lui. Rocky scappa a New York, ma qui, per fortuna, incontra chi, con una metafora semplicissima, gli ripete ciò che già gli aveva detto la moglie a chiare lettere, inducendolo finalmente a riprendersi le sue responsabilità e a tornare a Chicago.

Manager: Hai visto un bel film stasera, Rocky?

Rocky: (…) ah, digli che cosa ha detto quella, digli che cosa mi è toccato sentire in ascensore!

Norma (rivolta a Rocky e al suo manager): Ma che t’importa cosa ha detto? Può darsi che qualcuno non dimenticherà mai quello che hai fatto una volta, perché sputar veleno è il solo piacere che molti hanno nella vita. Ma questo non vuol dire che tu debba infuriarti ogni volta che ti guardano. (Rocky si irrita e il manager si preoccupa).

Manager: No, no, no, un momento Norma, non ci hai accompagnato a Chicago per irritarlo sai? (A Rocky): Non diceva sul serio.

Norma: Dicevo sul serio invece. Rocky ha un passato lo sai. Ma è tempo che non ne abbia più paura. Ed è tempo che tu e io si smetta di guardarci in faccia ogni volta che lui si arrabbia col mondo intero e si ricaccia nei guai. E’stato lui a violare le regole. Non il commissario e non il procuratore. A sentirlo parlare è sempre lui la vittima innocente

Manager: Ma Norma, io credevo che tu volessi aiutarci. Che volessi vedere Rocky vincere.

Norma: D’accordo. Ma tutti gli incontri che verranno dopo questo. E gli anni che seguiranno il giorno in cui lascerà il pugilato…

Manager: Ma Norma…

Norma: Sono sua moglie, non il suo manager, e dovrò continuare a vivere con lui anche dopo che tu avrai smesso di preoccuparti del suo peso e se riposa o se non riposa! (Rocky se ne va, scappa a New York).

Tornato a New York, nel suo vecchio quartiere, Rocky-Paul Newman incontra personaggi simbolici e/o importanti del suo passato, il padre e dei vecchi amici. Tra questi un gelataio, e nel momento di massima debolezza telefona dal suo negozio a un ricattatore che gli proponeva una ‘combine’.

Gelataio: Rocky? (Stupito di vederlo lì a New York)

Rocky: Sì, sì, lo so che cosa ci faccio qui quando dovrei essere a Chicago? Dai fammi la solita bibita e non fare domande.

Geataio: Certo certo, Rocky.

Rocky cerca nell’elenco telefonico.

Gelataio: Lascia perdere l’elenco telefonico, non ci sono che nomi dalla A alla Z. Una barba.

Rocky si chiude nella cabina telefonica.

Rocky: Pronto? Franky prego. Ah, quando torna, che chiami il numero, ha una matita? 47339. Domandi di Rocky, gli dica che se mi vuole ancora parlare sono disposto ad ascoltarlo, sì.

Gelataio: Lo sai quanto sono contento di vederti, Rocky? I vecchi amici sono quasi tutti andati. Fido morto in una rapina. Sammy sconta trent’anni. E Corto il greco sfracellato in un camion carico di….

Rocky: Senti metti un po’ più di seltz in quest’affare.

Gelataio: Certo, certo, sì Rocky. Certo. E Francy, condannato a vita. Te lo rammenti Francy? E Luparis, finito sulla sedia. E così Tony e Willy esposito. Già. C’è un silenzio qui certe sere che senti il gelato che si squaglia.

Rocky: Ce ne sarebbe anche di più di silenzio se tu chiudessi il becco.

Gelataio: Come in prigione vuoi dire? O in una tomba anche? Ma io non sono che un gelataio, che ne so io? Niente? Soltanto che il mondo non è poi diverso dal mio negozio, sai? Uno entra si siede al banco e chiede un gelato. Gli do il gelato, e lui se lo ingoia. Gli dico quant’è, eh, lo deve pagare! Di fuori è lo stesso. Chi vuole un gelato deve esser disposto a pagarlo. Se commetti uno sbaglio devi essere pronto a scontarlo. Questa è la verità, capisci? Ma a molti non gli ci entra in testa. Sputano fuoco al momento di pagare. Io? Perché, gridano, per cosa? Per il gelato. Ecco per che cosa. Non puoi averlo il gelato se poi non sei pronto a pagarlo?!”

15) “Provaci ancora, Sam”, (Play It Again, Sam), USA 1972, REGIA: Herbert Ross

ATTORI: Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts.

In “Provaci Ancora, Sam” Woody Allen è un artista dell’imbranazione, con le donne in particolare, e quando viene (finalmente) lasciato dalla moglie, due suoi amici, marito e moglie, si prendono cura di lui e cercano di trovargli un’altra donna.

Ma lui non nessuna capacità relazionale: quando la prima potenziale partner li raggiunge a casa sua, lui balbetta, prendendo e sistemando il cappotto di lei incespica nei mobili distruggendo di tutto, e le agita in faccia una medaglia comprata, ai tempi del liceo, si esprime con frasi altisonanti per darsi arie da duro e intellettuale, e si è appestato con una miscela di profumi e deodoranti. L’unica donna che riuscirà a sedurre, nel prosieguo della storia, sarà proprio la moglie del suo amico, che si occupava amorevolmente di lui cercando di trovargli una donna, mentre lei era a sua volta trascurata dal marito, un workoolich impenitente.

Riuscirà a sedurla proprio perché la considera solo un’amica, e solo in tal modo sarà se stesso, senza ansie di mostrarsi migliore di quel che è, più bravo, più affascinante, più coraggioso, più intelligente, ecc., come il fantasma di quell’Humphrey Bogart che lo perseguita per tutto il film.

Ecco come Diane Keaton-Linda si rivolge a Woody Allen-Sam nell’ultima scena del film, che ripercorre ironicamente l’ultima scena di “Casablanca”.

Sam: Linda! Aspetta!

Linda: Sam, che cosa ci fai qui?

Sam: Ho una cosa molto importante da dirti.

Linda: Anch’io, Sam. Ti rendi conto che cosa meravigliosa ci è capitata? Sam, la più bella cosa del mondo è capitata proprio a noi due, mi sembra incredibile. E’ stata un’esperienza meravigliosa.

Sam: Sì, io…

Linda: Non ti sorprende? Non hai dovuto fare assolutamente niente. Non hai dovuto lasciare nessun libro aperto in giro per casa, non sei stato costretto a creare l’atmosfera con la musica, ti ho visto perfino con le mutande con i giorni della settimana scritti sopra. (…)

Sam ha in tal modo “solcato il mare all’insaputa del cielo”, ma anche “vinto senza combattere”.

E alla fine Humphrey Bogart sparirà dicendogli che ormai ha capito il trucco, lui non è più necessario. Non gli resterà che continuare a essere se stesso, e reiterare questo apprendimento evolutivo.

Il vero maestro non mostra la sua arte,

la condivide con te.

                                                                                                                     Ed Parker

Noi sappiamo ciò che siamo,

ma ignoriamo ciò che possiamo essere.

William Shakespeare

Conclusione

Due cose mi hanno sempre colpito delle terapie di Giorgio Nardone.

Una è l’apparente facilità con la quale fa tutto ciò che fa. Egli si districa tra psicotici e anoressiche gravi, e tra questi e le loro famiglie, con la stessa levità ed eleganza con cui un grande alpinista scala una parete del Cervino di ottavo grado.

Entrambi, per scelta e per passione, sono coinvolti nel gioco della vita e della morte, ed entrambi danno, a chi li guarda, una sensazione di non–sforzo, di naturalezza, un continuo “uovo di Colombo”. Sempre, guardando quelle terapie, o vedendo ascendere quell’alpinista, balza in mente: “E’ vero! E’ ovvio! Era così semplice, E’ così facile… Si va per qui, poi di là, si mette un piede qui, il dito là, baricentro attaccato alla parete, mai incrociare le gambe, sempre tre punti di appoggio, basta trovare gli spuntoni e le fessure giuste, basta studiare bene prima il percorso all’indietro… E cosa volete che sia?

Solo quando ci si mette all’opera ci si accorge quanto studio, preparazione, sforzo, fatica ci sia dietro quella leggerezza ed eleganza, oltre all’evidente talento naturale.

La stessa cosa accade in tutte le attività umane nelle loro migliori espressioni, e mi piace qui citare anche l’esempio della letteratura.

Solo scrivendo, ahimé, ci si accorge che non è facile scrivere come scriveva un Italo Calvino, un Antoine de Saint Expury, un Bulgakov.

L’altra cosa che mi ha colpito molto l’ho potuta constatare soltanto guardando le sue terapie “in diretta”. Nardone è criticato da più parti di essere una specie di ultimo positivista, un sistematizzatore di protocolli, che dimenticherebbe, così facendo, l’insostituibilità, l’unicità, la peculiarità e tutto il bla bla bla con la quale ci si riempie sempre la bocca, in questo campo, e sempre a scapito, naturalmente, dei pazienti.

In realtà, proprio perché c’è di mezzo la sofferenza delle persone, e non uno share televisivo, è giusto e dovrebbe essere la cosa più ovvia cercare di mettere a punto dei protocolli, il più efficaci possibili, ripetibili, e che possano essere trasmessi tra chi lavora nel campo, così come tutti gli aerei volano nello stesso modo, tutte le lavatrici funzionano allo stesso modo, e non si cerca un nuovo sistema propulsivo diverso per ogni treno, automobile, nave o aereo, oppure, se lo si cerca, si parte dalle conoscenze già disponibili. L’ingegno umano, forte dei successi precedenti, ha sempre cercato di migliorare i buoni risultati del passato, perfezionando i sistemi che via via metteva a punto in ogni settore, anziché azzerarli o abbandonarli.

Ciò nonostante gli stessi libri di Nardone, per forza di cose, essendo la lettera scritta fissa e immutabile, non possono dare l’idea della plasticità e artigianalità con cui egli risponde in modo diverso alle esigenze di pazienti diversi, ritagliando la “sua” terapia sulle persone in carne ed ossa, pur partendo da protocolli e dalle vie che già avevano tracciato Watzlawick e tutto il Mental Research Institute, e lui stesso in questi venti anni di psicoterapia.

Vedere la stessa saggezza e abilità, talora morbida e avvolgente, come la neve, talvolta suggestiva come l’acqua di un ruscello, talvolta delicata e minimale come la rugiada, talaltra dura come il ghiaccio, o tagliente e sferzante come la grandine, ma sempre, o quasi sempre, con dei risultati straordinari, fa piazza pulita di tutte le critiche da parte di chi guarda alla terapia come a una specie di romantico gioco d’azzardo dove si può fare di tutto e di più, ma dove tanto alla fine, chi perde, e paga… è sempre il paziente.

E questa capacità di adattare noi la terapia al paziente, e non viceversa, di lanciare dei palloni sonda così da aggiustare il tiro, di applicare ciò che abbiamo imparato con la giusta dose di prudenza e creatività, è l’imperativo che lui e tutti i docenti ricordano in questa Scuola, fin dal primo giorno, perché “la pratica senza la teoria è cieca, come cieca è la teoria senza pratica”, (Protagora), e come ebbe a dire anche Watzlawick: in terapia, la fantasia, senza rigore, è follia.

Ringrazio Giorgio Nardone per l’esempio che mi ha dato in questi anni, per la sua allegria e buon umore nonostante dedichi la vita ad aiutare la gente a uscire dalla sofferenza, per la sua comprensione delle mie mancanze ma anche per la sua durezza e per il continuo stimolo, diretto e indiretto, volontario e involontario, a migliorarmi, per poter dare anch’io il mio contributo positivo alla società.

Bruno De Domenico

BIBLIOGRAFIA

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